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 Alzheimer, ‘la vera sfida è prevederne l’evoluzione’

Redazione

 Alzheimer, ‘la vera sfida è prevederne l’evoluzione’

Dom, 20/09/2026 - 17:46

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La vera sfida non è più solo diagnosticare l’Alzheimer, ma prevederne l’evoluzione. Centoventi anni dopo la prima descrizione della malattia, il professore Paolo Maria Rossini dell’Irccs San Raffaele di Roma fa il punto su ciò che si sa in materia. Domani ricorre la Giornata mondiale dell’Alzheimer. Secondo il rapporto ‘The Prevalence of Dementia in Europe 2025’ di Alzheimer Europe, in Italia si stimano oggi circa 1,43 milioni di persone con demenza, 946 mila donne e 491 mila uomini. Circa la metà dei casi viene ricondotta all’Alzheimer.

Ed il dato è destinato a crescere con l’invecchiamento della popolazione: le tendenze riportate indicano circa 2,2 milioni di persone con demenza in Italia entro il 2050, con un aumento di oltre il 50% rispetto ai livelli attuali. “Siamo davvero entrati in una fase nuova, anche se è fondamentale non creare false illusioni”, spiega Rossini, evidenziando che “sul fronte diagnostico, i biomarcatori nel sangue si stanno rapidamente avvicinando alla pratica clinica quotidiana e possono rendere l’indagine della patologia biologica molto più accessibile rispetto al passato.

Ma un biomarcatore positivo, da solo, non significa necessariamente che quella persona svilupperà una demenza e non consentirà ancora una prognosi individuale accurata”. Le modificazioni biologiche caratteristiche della malattia possono essere presenti prima che compaia un quadro clinico conclamato di demenza. Tra gli strumenti oggi più studiati ci sono i biomarcatori plasmatici, rilevabili cioè attraverso un prelievo di sangue. Particolare attenzione è rivolta alla p-tau217, una proteina associata ai processi patologici dell’Alzheimer. Studi pubblicati nel 2026 hanno mostrato risultati molto promettenti e la possibilità di identificare alterazioni biologiche con anticipo rispetto alla manifestazione clinica.

“Il vantaggio potenziale è evidente”, sostiene il neurologo: “rispetto alla Pet cerebrale o all’analisi del liquor ottenuto mediante puntura lombare il prelievo di sangue è più semplice, meno invasivo e costoso e più facilmente ripetibile. Ma proprio qui nasce uno degli equivoci più importanti. Nessuno dei biomarcatori attualmente disponibili, inclusi quelli plasmatici, è in grado di prevedere con accuratezza totale se il soggetto portatore svilupperà o meno il quadro clinico di demenza”. Ecco perché imparare a identificare le persone che hanno effettivamente una maggiore probabilità di progressione rappresenta una delle grandi sfide della neurologia contemporanea. “È in questa direzione – spiega Rossini – che si inserisce anche Interceptor, progetto finanziato da Aifa e ministero della

Salutee sviluppato attraverso una rete nazionale di centri di ricerca. Lo studio ha integrato informazioni cliniche, neuropsicologiche, genetiche, neurofisiologiche, di neuroimaging e biomarcatori con l’obiettivo di costruire modelli capaci di stimare il rischio di progressione dal Disturbo Cognitivo Lieve alla demenza”. Anche sul fronte terapeutico qualcosa di importante è cambiato. “Per la prima volta – osserva il professore – disponiamo di farmaci progettati per intervenire su uno dei meccanismi biologici della malattia e non soltanto sui suoi sintomi. È un vero cambio di paradigma rispetto agli ultimi decenni”. I benefici clinici osservati sono tuttavia ancora relativamente contenuti. L’arrivo di terapie più mirate rende dunque ancora più importante migliorare la capacità di identificare chi presenta realmente la patologia biologica, chi rischia maggiormente di progredire e chi potrebbe beneficiare di un determinato trattamento

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