CALTANISSETTA – Un invito a non arrendersi, a ritrovare il coraggio di credere nella propria città e soprattutto a sentirsi personalmente responsabili del suo futuro. È stata un’omelia intensa e profondamente legata alla realtà di Caltanissetta quella pronunciata ieri mattina dal vescovo mons. Mario Russotto durante il solenne Pontificale in onore di San Michele Arcangelo, Patrono della città e dell’intera diocesi.
Nella Cattedrale Santa Maria La Nova, nel giorno della festa patronale, il Vescovo ha preso le mosse proprio dall’immagine più familiare ai nisseni: quella di San Michele combattente, raffigurato con la lancia mentre sconfigge il male. Un’immagine che mons. Russotto ha trasformato in una chiamata alla responsabilità individuale e collettiva.
«Vivere significa lottare – ha affermato – e lottare vuol dire nascere alla responsabilità di cambiare le cose». Se San Michele viene venerato come combattente, ha sottolineato il presule, anche i suoi devoti sono chiamati a imparare a combattere. Ma la prima battaglia non è contro nemici lontani o indefiniti: «Si tratta di combattere innanzitutto contro quelle forze oscure che si annidano dentro ciascuno di noi».
Parole che hanno assunto subito una dimensione concreta, diventando una riflessione sulla società e sulla stessa Caltanissetta. Il Vescovo ha indicato nell’individualismo esasperato uno dei mali da contrastare, perché «ci sta portando sempre più a dilaniarci, a distanziarci».
Da qui il richiamo alla necessità di ricostruire rapporti umani e comunità: «Non riusciamo più a gettare ponti di salutari relazioni. Non riusciamo più ad essere reti di solidarietà per risollevare sempre più la nostra città e la società».
Particolarmente forte il passaggio dedicato al clima di sfiducia che rischia di frenare Caltanissetta. Mons. Russotto ha invitato a combattere «quel nichilismo che ci affligge, quel pessimismo che ci avvolge» e soprattutto «quella rassegnazione del déjà-vu che ormai attanaglia gli animi dei cittadini di Caltanissetta».
Una rassegnazione alla quale il Vescovo ha contrapposto la necessità di riscoprire la parte migliore di ciascuno: «Dobbiamo nascere alla passione del combattimento», partendo dalla lotta contro «il nostro io peggiore» per fare rinascere «l’io migliore, entusiasta, desideroso di relazioni, di solidarietà», capace di contribuire alla costruzione di «una società e una città sempre più bella, a misura d’uomo».
Al centro dell’omelia anche il tema del bene comune e della responsabilità dei cittadini. Un passaggio netto, nel quale mons. Russotto ha ricordato che il destino di una comunità non può essere delegato esclusivamente alle istituzioni.
«Dobbiamo combattere contro la chiusura nel privato perché il bene comune ci appartiene e non è solo responsabilità di chi ci governa, ma è dovere di ogni cittadino, anche perché chi ci governa è espressione dei cittadini».
Da qui un’altra riflessione destinata a lasciare il segno: «Se noi siamo mediocri, al governo andranno persone mediocri. Se noi siamo invece audaci, combattenti, capaci di sognare e disegnare un futuro possibile, allora manderemo al governo persone capaci di sognare con noi e costruire con noi un futuro vero, possibile e radioso».
Lo sguardo del Vescovo si è quindi rivolto a una delle ferite più profonde del territorio: la partenza dei giovani e lo spopolamento delle aree interne.
«I nostri giovani continuano ad abbandonare la nostra isola bella. Il centro Sicilia si va spopolando sempre più, chiuso nella morsa della mancanza di lavoro ma anche di intraprendenze». Mons. Russotto ha allargato la riflessione al Paese, mettendo in guardia dal rischio della «desertificazione» e dalla tendenza a ignorare fenomeni che, se non affrontati, potrebbero trasformarsi domani in «tragedie ineluttabili».
E proprio davanti a queste difficoltà, secondo il Vescovo, la devozione a San Michele non può limitarsi a un rito o a una tradizione. Deve diventare stimolo all’azione: «Assistiti dal nostro Patrono, l’Arcangelo San Michele, dobbiamo nascere alla gioia, alla passione di lottare e combattere per la nostra città, per il bene comune».
Una lotta che, nella prospettiva cristiana indicata dal presule, non viene affrontata in solitudine. «Il Signore non ci lascia mai soli nel nostro combattimento. Il Signore lotta con noi», ha ricordato, invitando ciascuno ad ascoltare «quella voce interiore che ci spinge a rialzarci continuamente».
Suggestiva anche l’immagine della bilancia legata all’iconografia di San Michele. «Su un piatto c’è il Figlio di Dio, Gesù, ma sull’altro c’è ciascuno di noi. E la bilancia resta in equilibrio perché per Dio ciascuno vale quanto suo Figlio».
Da questa consapevolezza, per mons. Russotto, deve nascere una nuova passione: «Amore e passione per la vita. Amore e passione per la Chiesa. Amore e passione per gli ideali alti». E ancora, amore e passione «per la giustizia, per la verità, per l’onestà, per la solidarietà».
Poi il pensiero è tornato direttamente a Caltanissetta, con uno dei passaggi più significativi dell’intera omelia: «Amore e passione per la nostra città, che attende cittadini innamorati, appassionati e solidali fra loro, perché il futuro è ancora nelle nostre mani».
Un messaggio di speranza, ma anche di responsabilità, consegnato alla città proprio nel giorno in cui Caltanissetta si è stretta attorno al suo Patrono.
La conclusione è stata una preghiera e, allo stesso tempo, un auspicio per il futuro della comunità nissena: «Ci aiuti San Michele a fare di questa città, che è la sua città, una città davvero all’insegna della nuova civiltà dell’amore».
Una riflessione che va oltre il significato religioso della celebrazione e che, nel giorno più identitario per Caltanissetta, assume quasi il valore di un messaggio consegnato alla città. Le parole di mons. Russotto non hanno indicato responsabilità soltanto nelle istituzioni o in chi amministra, ma hanno chiamato in causa ciascun cittadino. Perché una comunità non cambia aspettando che siano sempre gli altri a farlo: cambia quando ritrova fiducia in se stessa, quando smette di considerare inevitabile il declino, quando torna a costruire relazioni, solidarietà e partecipazione. È forse questo il senso più profondo dell’immagine di San Michele combattente richiamata dal Vescovo: non una battaglia contro qualcuno, ma una lotta contro la rassegnazione, l’individualismo e quel pessimismo che troppo spesso impedisce persino di immaginare un futuro diverso. E proprio nel giorno in cui Caltanissetta ha guardato ancora una volta al suo Patrono, dall’omelia è arrivato un invito semplice ma impegnativo: amare questa città significa anche assumersi la responsabilità di provare a cambiarla. Perché, come ha ricordato mons. Russotto, «il futuro è ancora nelle nostre mani».

