ROMA (ITALPRESS) – “Abbiamo operato sulla continuità dell’azione investigativa sui territori: avere catturato tutti i grandi latitanti dell’organizzazione mafiosa, tranne uno cioè Motisi sul quale comunque le ricerche sono attivissime, ci impone di fissare l’attenzione su come si è ristrutturata Cosa nostra dopo la cattura di Messina Denaro: nel tempo abbiamo individuato un carattere dell’organizzazione, che è la tendenza a ricostituire il suo vertice da cui dare direttive per ricostruire l’intera forza dell’organizzazione stessa“. A dirlo è il procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia, nel corso di un’audizione, a Palazzo San Macuto a Roma, presso la Commissione parlamentare di inchiesta sul Fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali. “Oggi la struttura di vertice non esiste, ma c’è una capacità di colloquiare con i mandamenti sul territorio ed è estremamente pericolosa – prosegue De Lucia – Il dialogo tra mandamenti è intenso e coinvolge non solo Palermo, ma anche il territorio di Agrigento. Cosa nostra dal punto di vista orizzontale continua a funzionare e lo fa in maniera estremamente organizzata per mettere a frutto i suoi affari secondo una strategia ben definita: pensano di tornare forti con i meccanismi tradizionali, cioè attraverso il loro esercito e quindi attraverso i denari che servono a finanziarlo e che provengono in primis dal traffico di stupefacenti. Quest’ultimo avviene in maniera non episodica ma organizzata, attraverso un dialogo che riguarda sia altre organizzazioni criminali come la ‘ndrangheta e la mafia libanese sia chi dall’altra parte dell’Atlantico organizza l’esportazione degli stupefacenti: Cosa nostra è stata leader di questi traffici dagli anni ’50 ai primi anni ’90, poi si è ‘distratta’ nell’attacco allo Stato rappresentato dalle stragi e questo ha fatto sì che sia subentrata la ‘Ndrangheta; tuttavia la domanda di stupefacenti in Italia è molto sostenuta e il mercato in Sicilia lo gestisce Cosa nostra, con un ‘brand’ riconosciuto dai grandi cartelli sudamericani che hanno grande facilità nel riprendere il dialogo con l’organizzazione mafiosa”.
“Siamo intervenuti, a partire dalla cattura di Messina Denaro, sviluppando alcuni filoni investigativi. Il primo riguarda la posizione di Messina Denaro stesso e di chi ne ha protetto la latitanza: la sua cattura ci ha consentito di acquisire documentazioni e sviluppare quanto avevamo raccolto con le intercettazioni, utilizzate in particolare per individuare i soggetti che per trent’anni hanno consentito la latitanza di Messina Denaro. Ad oggi, 18 tra queste persone sono state arrestate, processate e condannate in alcuni casi in via definitiva: le nostre contestazioni variano dalla partecipazione all’associazione mafiosa al concorso esterno alle singole ipotesi di favoreggiamento”. “Il secondo filone è invece l’accumulazione e la redistribuzione dei capitali nel territorio e altrove – continua De Lucia -. La generazione di Messina Denaro, a parte il periodo stragista, ha avuto un approccio molto evoluto nel trattare i rapporti con i mondi esterni all’organizzazione stessa. Abbiamo indagini in corso su una quantità oggettivamente enorme di denaro e beni: una di queste si è conclusa due mesi fa con l’individuazione di beni per circa 200 milioni di euro, secondo una stima della Guardia di Finanza che noi tendiamo a valutare verso il basso. Abbiamo individuato beni riciclati da un pezzo della famiglia trapanese in cui era coinvolto anche Messina Denaro, il quale percepiva il 10% degli affari di questa famiglia, con investimenti in tutta Europa e in Libano: in questo senso la cooperazione internazionale, che ha coinvolto sette Stati e altrettante autorità giudiziarie, è stata molto positiva in quanto siamo riusciti ad arrestare contestualmente tutte le persone e operare i sequestri dei beni di cui sopra, che sono sia immobiliari sia in denaro. La parte più difficile sarà ora riportare almeno una parte di questi beni in Italia: su questo il mio ufficio sta già lavorando. La ricerca dei denari di Messina Denaro prosegue su due importanti filoni che ci riconducono all’estero: tutto questo va in direzione del contrasto all’aggressione patrimoniale, che viene svolto con tutti gli strumenti che il legislatore ci ha affidato e quindi non solo con i sequestri penali ma anche con le misure di prevenzione”.
“Abbiamo deciso di attuare sul territorio una strategia non episodica di repressione dell’organizzazione criminale: le nostre operazioni sono state ragionate e hanno voluto colpire alcune strutture in maniera contemporanea ma diversificata rispetto al passato”. “L’attuale processo penale, a nostro giudizio, comporta sempre enormi difficoltà nel gestire Maxiprocessi – aggiunge De Lucia – È bene che le fasi del giudizio, dall’udienza preliminare in poi, coinvolgano un limitato numero di imputati. Questo però non esclude la possibilità di fare convergere nello stesso momento più misure cautelari in diversi procedimenti, prevalentemente con la custodia cautelare, che hanno il pregio di destrutturare completamente l’organizzazione anche solo per un breve periodo: con questo modello l’11 febbraio 2025 abbiamo arrestato 181 appartenenti a Cosa nostra, cosa che ha creato importanti difficoltà nella stessa organizzazione che però sono state superate”.
“Colpire sull’intero territorio nello stesso momento è qualcosa che crea grosse difficoltà all’organizzazione mafiosa: oggi questo si vede in maniera meno significativa rispetto al passato, perché quando i soggetti entrano in carcere vengono muniti in poche ore di apparecchi di comunicazione con l’esterno”. “Questo scenario riguarda non solo le carceri siciliane, ma una serie di istituti disseminati lungo il territorio nazionale – continua De Lucia – Non ho nessun dubbio sul fatto che i colleghi delle altre 25 procure distrettuali abbiano rinvenuto telefoni all’interno delle carceri. Quando facciamo indagini di questo tipo ci serviamo di polizia sia giudiziaria sia penitenziaria: quello che fanno all’interno delle carceri ha ricadute anche sull’esterno, c’è un problema di sicurezza per queste persone. La possibilità che i soggetti mafiosi continuino a comandare dall’interno delle carceri è un tema estremamente problematico. Nei trent’anni dopo le stragi abbiamo applicato un regime molto efficiente di isolamento dei capi riconosciuti dell’organizzazione mafiosa attraverso il 41-bis: questo strumento si è rivelato di grandissima utilità per attuare la strategia generale secondo cui alla cattura dei latitanti deve conseguire l’isolamento degli stessi, poi se ne può discutere in termini di riduzione del numero di soggetti sottoposti perché se questo numero aumenta diminuisce la qualità del regime. Questo è un problema che riguarda la responsabilità soprattutto delle Direzioni distrettuali antimafia, che soprattutto in termini di proroga dei soggetti sottoposti al 41-bis probabilmente dovrebbero essere più rigorose: il vero problema sta nella fascia di soggetti mafiosi che entrano in carcere senza la qualità di capo dell’organizzazione, perché sono destinati a un regime di alta o media sicurezza; sono loro che appena entrano in carcere vengono dotati di apparecchi telefonici, che consentono alla mafia di continuare a fare dentro le carceri ciò che prima faceva fuori. È stato molto importante mettere in isolamento i capi con il regime del 41-bis perché si è impedito loro di continuare a comandare: il problema è che oggi, attraverso le nuove tecnologie, gli altri sono in grado di prenderne il posto e continuare a gestire i traffici con chi sta fuori. È un problema strutturale che in qualche modo va risolto, perché per com’è adesso comporta due conseguenze: la prima è che la misura cautelare funziona molto poco, la seconda che viene indebolita la credibilità dello Stato rispetto ai soggetti ai quali chiediamo collaborazione, in particolare le vittime dei fenomeni estorsivi”.
“La mia posizione nei confronti dei commercianti vittime di estorsione era molto critica, perché la legislazione a loro tutela era molto efficace ed efficiente, ma quando si apprende che chi viene denunciato ordina attività di danneggiamento dal carcere esattamente come avrebbe potuto fare dall’esterno è chiaro che le vittime si sentano disorientate: è difficile a questo punto spiegare a queste persone l’importanza e l’utilità della denuncia, perché alla capacità dello Stato di ripristinare le attività commerciali danneggiate si contrappone il fatto che gli autori delle estorsioni non interrompano le attività criminali che ponevano in essere prima di finire in carcere”. “Non sono fenomeni episodici, ma strutturali – prosegue De Lucia – Ci consentono di comprendere come sta cambiando la strategia di Cosa nostra sul territorio. Da anni siamo abituati a estorsioni ‘gentili’, nelle quali l’organizzazione non manifesta la sua violenza ma si rivolge a soggetti che ne capiscono i codici di linguaggio e pagano: gli ultimi sei mesi sono invece caratterizzati a Palermo da una violenza sproporzionata rispetto a come eravamo abituati, quindi le nostre indagini ci hanno portato a porci il problema sul perché è cambiata la strategia”.
“Quello che emerge dalle ultime attività di Cosa nostra e dalle conseguenti indagini è che si ripresenta sul territorio palermitano l’uso di armi da guerra: ci sono investigazioni ben avviate ed è piuttosto inquietante osservare come ci siano tracce dell’uso di Ak-47 e rinvenimenti di ordigni esplosivi ad alto potenziale, tutti provenienti dall’area del Salento ma ragionevolmente di importazione dai Balcani”. “I collaboratori di giustizia ci parlano di interessi verso armamenti molto più sofisticati, che si stanno cercando di reperire sui nuovi mercati – aggiunge De Lucia, – Il conflitto russo-ucraino genera armi di nuova tecnologia, non tutte impiegate per la guerra, e anche lì si crea una sorta di mercato nero che interessa le organizzazioni criminali di tutta Europa compresa Cosa nostra; in tal senso abbiamo segnali del tentativo di acquisto di droni lanciamine, strumenti estremamente sofisticati rispetto ai quali non siamo preparati a difenderci né sappiamo qual è l’uso che ne vogliono fare. Un altro segnale della vitalità di Cosa nostra sta nel tentativo di ricostruire un arsenale di qualità: non più armi ordinarie, che tra l’altro reperiamo giornalmente nel territorio, ma armi da guerra e materiale esplosivo di alta qualità. Tutto questo lo individuiamo tanto nel circondario del Palermo quanto in altri territori: quando spara un kalashnikov a Palermo salgono l’attenzione mediatica e il ricordo di episodi del passato, ma ci sono altre parti del territorio del nostro distretto in cui l’uso del kalashnikov è ordinario; ad Agrigento l’uso di queste armi da guerra è abituale e finalizzato a intimidire commercianti. Le nostre indicazioni attuali ci dicono che parte di queste armi provengono dagli acquisti che Cosa nostra distribuisce su tutto il territorio: in questo momento sappiamo della presenza di kalashnikov a Palermo e Agrigento, stiamo indagando sia per trovarli sia per i procedimenti successivi. La situazione di Agrigento presenta una serie di peculiarità che stanno nel fatto che da tempo non si registrano collaboratori di giustizia: se mancano questi manca la capacità di aggiornarsi sull’evoluzione dell’organizzazione mafiosa, ma vuol dire anche che Cosa nostra stessa sta stringendo i ranghi; un’altra problematicità riguarda le forze di polizia concentrate sul contrasto non solo alla mafia, ma anche al traffico clandestino dei migranti che in quel territorio è un problema molto serio e richiede un grande sforzo”.
“Non abbiamo segnali di una volontà di alzare il livello dello scontro: Cosa nostra ha fatto esperienza di quanto accaduto nel passato, non possiamo sapere come agiranno in futuro ma siamo molto prudenti su qualsiasi previsione e bisogna sempre ragionare pensando al peggio; il potenziale da guerra c’è, il suo utilizzo per ora è limitato agli episodi che abbiamo visto e i nostri sforzi puntano ad abbassarlo”. “Sono contrario alla creazione di nuovi reati, perché già ne abbiamo abbastanza – aggiunge De Lucia – La nostra legislazione in materia di mafia è molto forte, non credo che un apologeta ne faccia apologia perché c’è un reato in tal senso; sono piuttosto favorevole al raffinamento delle norme vigenti, molte delle quali devono essere probabilmente aggiornate. Dalla fine degli anni ’90 Cosa nostra ha scelto la strategia della sommersione, meno rumore e meno violenza: a volte però ritiene necessario ricordare il suo status e tornare alla violenza, cosa che implica un’attenzione rinnovata da parte dello Stato; senza violenza non esisterebbe più l’organizzazione. Oggi abbiamo una nuova categoria di soggetti a cui guarda con attenzione Cosa nostra: si tratta della dimensione cyber, quindi hacker e figure che sanno investire in bitcoin”, ha concluso.
– foto ufficio stampa Camera dei Deputati –
(ITALPRESS).

