Affascinati, ma anche un po’ timorosi dell’Ai. La maggioranza relativa degli adolescenti (38%) esprime preoccupazione per l’impatto che l’intelligenza artificiale avrà sul futuro, contro il 27% che invece ne sostiene i benefici e un terzo del campione che afferma di non sapersi esprimere in proposito, secondo dati raccolti prima di tutto il clamore suscitato nei giorni scorsi dalle dichiarazioni del ricercatore e del Ceo della società Anthropic e la denuncia dell’Onu sui possibili pericoli per l’umanità. Una percezione che non impedisce però agli adolescenti di utilizzare l’Ai a piene mani come aiuto nello studio.
Lo fa abitualmente il 62% delle femmine e il 57% dei maschi, più alle scuole superiori (68%) che alle medie (39%). Sono alcuni dati dell’edizione 2026 dell’Indagine nazionale sugli stili di vita degli adolescenti che vivono in Italia, realizzata da Laboratorio Adolescenza e Istituto di ricerca Iard con il patrocinio della Società Italiana di pediatria (Sip). “Al di là delle catastrofi globali – sottolinea Carlo Buzzi, sociologo, direttore scientifico dell’indagine e coordinatore del Comitato scientifico Iard – anche solo l’uso delle tecnologie digitali e le loro applicazioni finalizzate all’apprendimento necessitano di cautela, riflessività e, in alcuni casi, anche diffidenza. Questo non solo perché così facendo, e pensando alla scuola, la preparazione degli studenti risulterà una sorta di gigante copia-incolla e quindi inevitabilmente meno approfondita, ma soprattutto perché, quando gli strumenti utilizzati diventano meno controllabili, il loro utilizzo rischia di perdere le funzioni di supporto per assumere ruoli ancora ignoti”.
Molto pericoloso viene ritenuto anche il ruolo delle chat gestite dall’intelligenza artificiale, che sempre più spesso gli adolescenti utilizzano in veste di ‘amico-confidente’ con il quale parlare, al quale chiedere consiglio, affidare i propri dubbie e le proprie frustrazioni. “Tra le principali ‘seduzioni’ che questa nuova tendenza esercita sugli adolescenti – spiega Loredana Petrone, psicologa e psicoterapeuta dell’università di Chieti e consulente di Laboratorio Adolescenza – è che confidarsi con l’intelligenza artificiale piuttosto che con una persona reale mette innanzi tutto al riparo dal giudizio e dal rischio che la confidenza fatta possa in qualche modo rendere critica (se non compromettere) la relazione con l’interlocutore. Inoltre, aspetto che può apparire banale ma banale non è, l’Ai è un interlocutore disponibile h24. E se uno psicologo o un medico naturalmente non può garantire una presenza h24, potrebbe (e dovrebbe) certamente assicurare a un adolescente un ascolto non giudicante”.

