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F1, Kimi Antonelli Campione del Mondo: un esempio per i giovani

Redazione

F1, Kimi Antonelli Campione del Mondo: un esempio per i giovani

Lun, 02/11/2026 - 00:10

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L’Italia del motorsport torna a esultare per un mondiale piloti in Formula1 mettendo fine a un digiuno che durava dal 2007. Andrea Kimi Antonelli riporta il tricolore a vincere l’iride in Formula 1 a 73 anni di distanza da Alberto Ascari (doveroso asterisco per Mario Andretti, il quale di recente ha rivendicato le proprie origini, nonostante la stampa lo consideri statunitense). Stando ai dati ufficiali, è il terzo campione del mondo proveniente dal Bel Paese, aggiungendoci anche Nino Farina, vincitore del primo mondiale di Formula1 della storia, nel 1950, con l’Alfa Romeo. A 20 anni, il bolognese è il più giovane campione del mondo di sempre. Scippa lo scettro a Sebastian Vettel, campione a 23 anni, nel 2010. Ma se da un lato il tedesco si trovò a vincere quel campionato in circostanze rocambolesche, occupando la prima posizione in classifica per la prima volta soltanto al termine dell’ultima gara, in un finale di mondiale che vedeva ancora quattro diversi possibili campioni del mondo, quello di Antonelli è stato un dominio schiacciante, sotto ogni punto di vista.

Ha annientato ogni avversario che gli si è posto davanti, con la rimonta di Monza come manifesto della travolgente superiorità, della Mercedes, certo, ma anche sua. Già, Monza, tempio della velocità che quella domenica ha assunto le sembianze del teatro dell’assurdo, con i tifosi vestiti di rosso in piedi sugli spalti ad applaudire ogni passaggio di un pilota della scuderia nemica. Non fa statistica, ma questa è stata un’impresa nell’impresa, di cui l’unico rammarico è il non aver potuto chiedere un parere al Drake. È lecito domandarsi cosa passi nella testa della “saetta del sabato”. Così veniva chiamato George Russell, per la sua bravura in qualifica nei kart. Il britannico è partito dietro al compagno di scuderia per 11 volte su 19 gare, con l’emblema della propria inferiorità nel gran premio di Monaco, dove ha dovuto realizzare di essere stato addirittura doppiato, in un circuito in cui in teoria, con le dimensioni attuali delle vetture, sarebbe impossibile sorpassare.

Ma per uno che sulla monoposto porta il numero 12, in onore di Senna, l’impossibile è un concetto relativo. E così viene naturale chiudere il mondiale con più di un mese di anticipo, nella pista dove sir Lewis Hamilton lo ha vinto due volte. In comune con il sette volte campione del mondo, per Kimi c’è anche l’essere riuscito a vincere il titolo alla seconda stagione della carriera. Oltre a loro due, nell’era moderna, solo Jacques Villeneuve ha fatto altrettanto. Nelle parole della madre, che ha dichiarato che ciò che la rende più orgogliosa è sentir parlar bene del lato umano del figlio, e nelle testimonianze di chi vive la quotidianità a stretto contatto con lui e lo vede lavare la propria auto da sé in un autolavaggio a San Marino, risiede il messaggio più potente di Kimi: la dimostrazione che si può essere i migliori senza la necessità di essere personaggi. E in un periodo storico in cui le nuove generazioni vengono costantemente invase da pseudomodelli di perfezione, questa è la sua vittoria più grande.

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