Mentre continua l’escalation tra Riad e Sanaa, il gruppo degli Houthi ha annunciato di aver condotto due operazioni militari mirate contro obiettivi sensibili appartenenti alla compagnia saudita Aramco. L’azione si pone in risposta ai raid aerei sauditi su Hodeida e al perdurare dell’embargo.
Il portavoce delle forze Houthi a Sanaa, il generale Yahya Saree, ha dichiarato che le loro truppe hanno eseguito due operazioni militari specifiche: “La prima ha colpito strutture sensibili dell’Aramco a Jizan con decine di missili balistici e droni, mentre la seconda ha preso di mira obiettivi sensibili dell’Aramco a Yanbu, anch’essa con diversi missili e droni”.
Il comunicato ha fatto riferimento a “raid sauditi sulla città e sul porto di Hodeida e sull’isola di Kamaran, che hanno causato danni materiali e morali”. Ha inoltre evidenziato che le loro difese aeree hanno ingaggiato una formazione aerea saudita dopo che questa aveva violato lo spazio aereo, costringendola alla ritirata. Le forze di Sanaa hanno ribadito il proseguimento del blocco navale contro l’Arabia Saudita, in risposta a quella che definiscono “aggressione e assedio”.
L’agenzia di stampa AFP ha riportato la rivendicazione degli Houthi, diffusa sabato tramite il canale Telegram di “Ansar Allah”, relativa a un attacco missilistico contro la città di Jizan, nel sud dell’Arabia Saudita. Nel frattempo, il portavoce militare saudita, il generale Turki Al-Maliki, ha affermato che i raid contro gli Houthi sono stati una risposta agli attacchi condotti contro le navi commerciali nel Mar Rosso.
Gli Houthi “sconfiggono” l’Arabia Saudita
Diversi osservatori ritengono che l’Arabia Saudita abbia fallito nel risolvere il dossier Houthi e nel portare la pace in un Paese che, a dieci anni dallo scoppio della guerra, attraversa molteplici crisi umanitarie.
Nel mezzo di questa escalation, gli Houthi hanno annunciato l’arrivo di un aereo passeggeri iraniano, segnando di fatto una rottura dell’assedio saudita, mentre gli analisti sottolineano l’incapacità del Regno di sconfiggere militarmente la milizia in oltre un decennio di conflitto.
L’attivista Hussein Al-Waadi sostiene che l’Arabia Saudita abbia “fallito miseramente nel nord, gran parte del quale è caduto nelle mani degli Houthi a causa della sua imprudenza e incapacità di comprendere il contesto yemenita”. Ha inoltre aggiunto: “Prevedo che la sua politica attuale nel Sud ci porterà allo stesso disastro. L’Arabia Saudita cerca di emarginare e distruggere qualsiasi fazione yemenita locale per trasformarla in un burattino. Lo ha fatto con il governo legittimo e oggi cerca di farlo con il Movimento del Sud; questa strategia lascia gli Houthi come unica forza militare organizzata, non soggetta alle futilità della politica saudita. È il pericolo più grave che gli yemeniti possano affrontare”.
Al-Waadi ha sottolineato come in passato Riad abbia isolato la questione Houthi dal più ampio contesto nazionale, trasformandola in un dialogo bilaterale diretto. Oggi, afferma, “cerca di isolare la causa del Sud, trasformandola in un dialogo diretto tra il ‘popolo del Sud’ e l’Arabia Saudita”.
L’attivista yemenita Abdulqader Abu Al-Leem prevede che “alla fine l’Arabia Saudita cederà agli Houthi sotto il peso dei duri colpi inflitti alla sua economia”. Secondo Abu Al-Leem, “l’aeroporto di Sanaa verrà aperto e ci saranno voli diretti dall’Iran che trasporteranno armi e sistemi missilistici, rendendo gli Houthi più forti sia a terra che in aria, come parte di un accordo mediato dall’Oman”.
Ha poi aggiunto che “saranno gli Houthi a lanciare una guerra contro la cosiddetta ‘legittimità’ a Marib e nel restante 20% dei territori del nord sfuggiti al loro controllo. Riad non potrà fare nulla e si disimpegnerà, in cambio della garanzia da parte degli Houthi di non espandere il conflitto verso il Regno, con l’avallo dei leader delle Guardie della Rivoluzione iraniane”.
Il rafforzamento del terrorismo
Il ricercatore Ibrahim Ali osserva che la situazione della sicurezza nel sud dello Yemen sta attraversando “una fase molto complessa, a seguito del recente dispiegamento delle Forze dello Scudo della Nazione (sostenute dall’Arabia Saudita) nei governatorati di Hadramawt e Al Mahrah, e del conseguente ritiro delle truppe meridionali”.
Secondo l’esperto, questo cambiamento “non è passato inosservato, specialmente per Al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), che lo ha accolto come un evento cruciale, celebrandolo a livello politico e mediatico con un’enfasi senza precedenti”. Questa reazione riflette “una lucida consapevolezza da parte dell’organizzazione di una nuova fase, in cui intravede un’opportunità reale per recuperare l’influenza perduta in modo significativo negli ultimi anni”.
Questo entusiasmo, spiega il ricercatore, emerge chiaramente dalle recenti dichiarazioni del leader del gruppo, Saad Atef Al-Awlaqi, il quale ha definito il ritiro delle forze del Sud e degli Emirati come la “distruzione degli idoli”. Un messaggio politico e di sicurezza indicante che “le forze che rappresentavano il principale ostacolo all’espansione del gruppo terroristico sono state tolte di mezzo”.
“Tale percezione di vittoria è dovuta al fatto che le forze del Sud, in particolare le milizie d’élite di Hadrami e le forze di sicurezza locali, avevano adottato una tattica offensiva e preventiva contro Al-Qaeda”, ha concluso. “Non aspettavano di essere colpiti, ma attaccavano le roccaforti del gruppo, prosciugandone le fonti di finanziamento e distruggendo le reti di reclutamento, rendendo la presenza di Al-Qaeda ad Hadramawt, Al Mahrah, Abyan e Shabwa estremamente costosa e pericolosa”.
Il rifiuto della tutela straniera
Mentre l’Arabia Saudita affronta gli Houthi e Al-Qaeda in Yemen, dall’inizio di quest’anno i governatorati meridionali sono teatro di manifestazioni e sit-in quotidiani volti a respingere la tutela saudita e i presunti piani per smantellare il Consiglio di Transizione del Sud (STC).
Il ramo dell’STC nella capitale Adén ha indetto per domenica pomeriggio un’imponente marcia nel distretto di Mansoura. L’obiettivo è rinnovare il mandato al presidente Aidarous Al-Zubaidi, respingere le ingerenze straniere e protestare contro il peggioramento delle condizioni di vita, il collasso dei servizi pubblici e l’aumento dei prezzi.
Il quotidiano 4 May riferisce che la popolazione del Sud, in varie regioni e città, continua a esprimere il proprio categorico rifiuto verso ogni forma di ingerenza esterna, mostrando “una crescente mobilitazione che riflette una profonda consapevolezza popolare e un saldo attaccamento ai principi nazionali”.
Secondo il giornale, le massicce manifestazioni dimostrano che “la lotta del Sud non è un evento passeggero o un movimento temporaneo, ma una condizione rivoluzionaria in corso che si rafforza di fronte ai tentativi di eludere la causa o imporre politiche di fatto”. Tali proteste fungono da risposta diretta alla “guerra dei servizi e alla politica della fame”, utilizzate come strumenti di pressione politica e sottomissione.
Il quotidiano ha concluso sottolineando che la continua discesa in piazza della popolazione “dimostra il fallimento di queste strategie. Invece di distrarre i cittadini dal loro obiettivo strategico costringendoli a preoccuparsi delle necessità quotidiane, tali pratiche sono diventate un ulteriore motivo per respingere totalmente le politiche imposte dalle autorità e per riaffermare che la dignità e i diritti politici del popolo sono una parte inseparabile della loro vita quotidiana e del loro diritto a una vita dignitosa”.

