Cento anni fa nasceva Letizia Colajanni. “Madre della Città”

1

1974CALTANISSETTA – Avrebbe avuto cento anni, Letizia, in questo 2014, e la sua città avrebbe potuto ricordarla meglio, probabilmente.

Letizia Colajanni, donna politica, intellettuale mai esibita, è stata memoria storica e coscienza critica del movimento democratico nisseno, per tutta la seconda metà del ‘900.

Nessuna meglio di lei avrebbe meritato il titolo di “Pasionaria” (come Dolores Ibarruri, l’eroina della guerra di Spagna che lei aveva conosciuto personalmente), per la passione civile e la tensione morale che hanno sostenuto sempre la sua vita dedicata agli altri con amore spontaneo, mai retorico, sempre disponibile ad ascoltare, ad osservare e ad interpretare “politicamente”, con uno sguardo più ampio, le “gioie e le speranze, le tristezze e le angosce” del popolo in cui si riconosceva, e che l’ha riconosciuta, sempre, come propria espressione.

Lei che era nata in una delle famiglie più importanti della Sicilia del secolo scorso, i Colajanni, protagonisti nei Parlamenti e nella società: il nonno Pompeo  era stato  il fondatore in Sicilia del sindacato obbligatorio contro gli infortuni nelle miniere, il prozio Napoleone, leader nazionale dell’opposizione ai governi liberali tra ‘800 e ‘900, il padre, Luigi, apostolo della cooperazione umanitaria nel primo dopoguerra, il fratello Pompeo, il leggendario “Barbato”, comandante partigiano liberatore di Torino, in quell’aprile del 1945 in cui l’Italia usciva dalla dittatura fascista per cominciare una nuova storia democratica, nell’orizzonte pieno di speranze in una giustizia vera, finalmente, per tutti, uomini e donne.

E Letizia alle donne aveva sempre pensato, nel suo impegno sociale, prima ancora che politico: non alle donne aristocratiche o alto-borghesi che aveva conosciuto da crocerossina, negli anni della guerra, quando curava i feriti dei bombardamenti nell’ospedale militare organizzato all’Istituto Testasecca, ma le donne del popolo, analfabete, che abitavano nei tuguri del centro storico, stremate dalla miseria e da nidiate di bambini senza scarpe, affamati, che giocavano per le strade, se avevano avuto la fortuna di non andare a lavorare in miniera, come “carusi”, a caricarsi sulle spalle quintali di pietre di zolfo, per sopravvivere.

Quelle donne dei minatori le aveva conosciute da bambina, quando, nel 1919,  i cortei che andavano verso la Prefettura passavano sotto casa sua, a palazzo Trabonella, e centinaia di madri e di mogli si toglievano lo scialle nero e si scioglievano i capelli, gridando, lungo la strada, tutta la loro disperazione.

Aveva imparato a non avere paura di quella rabbia, di quella disperazione, e aveva sentito che poteva, doveva, fare qualcosa, in quella città dell’ingiustizia e dello sfruttamento in cui la storia aveva deciso che dovesse vivere.

Appena finita la guerra aveva fondato l’UDI (Unione Donne Italiane) a Caltanissetta, girando per i quartieri a organizzare le donne con una esperienza di volontariato politico straordinaria, raccogliendo migliaia di firme per la pace, contro le minacce di una nuova guerra nucleare che agitavano il mondo ormai diviso dalla guerra fredda. La “Signorina della Pace” la chiamavano tutti, e quando si era candidata per il Consiglio Comunale, l’avevano eletta con una valanga di voti, da tutti quartieri più poveri della città.

Aveva guidato donne e bambini nelle manifestazioni a sostegno delle lotte degli zolfatai, affrontando anche le manganellate delle cariche della Polizia; e aveva girato i paesi di mezza Sicilia a fianco delle donne dei contadini che occupavano le terre incolte e chiedevano “pane e lavoro” come riscatto della propria dignità. Quando le donne che scendevano in piazza venivano chiamate “strafalarie”, come diceva lei con un sorriso ironico quando raccontava alle donne più giovani la lunga storia delle sue esperienze politiche, trasmettendo una narrazione oggi preziosa della memoria storica del nostro territorio.

Dal 1960 al 1964 sarebbe stata anche deputata regionale, senza perdere mai il suo legame profondo, materno, con il popolo. Senza smettere mai di viaggiare in autobus: il suo “sondaggio” quotidiano, che le permetteva di condividere i pensieri e le parole della gente, senza filtri, senza elucubrazioni. E di restituirne l’ironia disincantata, nelle sedi ufficiali della politica, quando era capace con una battuta, con una espressione micidiale, di disinnescare la retorica di chi si prendeva troppo sul serio.

Cattolica praticante, aveva sofferto  per tutta la vita della scomunica inflittale perché “comunista”, nel 1949, di quel negarle la Comunione all’altare; una ferita che non sarebbe stata sanata neppure quando, con Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II, la Chiesa avrebbe cercato il dialogo per valorizzare, come diceva allora il Papa Santo, “più quello che ci unisce piuttosto che quello che ci divide”.

Negli anni ’70 Letizia si confrontava con il femminismo, e pur essendo critica verso le posizioni più “estreme” non rinunciava  mai al dialogo. Per costruire uno spazio concreto per la comunicazione tra le donne lavora all’istituzione della Consulta Femminile Comunale, insieme alle donne di tutti i partiti politici, le associazioni e i sindacati, guidando battaglie storiche per le donne nissene. A cominciare dalla conquista dei primi asili-nido e del Consultorio familiare.

Non avrebbe mai perduto l’attenzione affettuosa di una madre per i più piccoli e i più deboli della società, in una città quasi da sempre orfana di padri politici che ne avessero cura.

Il trascorrere del tempo non l’avrebbe fermata, instancabile dirigente del Sindacato pensionati della CGIL e dell’AUSER, le “pantere grigie” come diceva ironicamente, che vogliono aggiungere vita agli anni e non solo anni alla vita, facendo anche della terza età una condizione positiva per la battaglia politica, per un welfare a misura di persona: sua l’idea di una casa-albergo per anziani nel vecchio Ospedale Vittorio Emanuele, idea che non riuscirà a vedere realizzata.

Non aveva mai rinunciato alla sua libertà, alla sua autonomia, anche nel voler vivere da sola nella vecchia casa di campagna dei suoi genitori, fino alla fine, circondata dai suoi libri e dalle sue amatissime “carte”, un patrimonio prezioso di documentazione delle battaglie civili delle donne nissene che ha voluto donare alla Biblioteca Comunale, dove si trova oggi custodito in alcune casse, in attesa di essere catalogato come archivio, e aperto alla consultazione.

Se n’è andata un 2 giugno, nel 2005, nell’anniversario del primo voto alle donne italiane, una delle battaglie più importanti della sua giovinezza: quella che le aveva rese cittadine, con pari dignità, responsabili nella società come nel lavoro e nella famiglia.

Come era stata lei: voce, intelligenza e memoria delle donne nissene. Madre della Città.

 

 

 

.

 

 

 

 

1 COMMENTO

  1. Ho conosciuto Letizia nei primi anni della mia militanza politica (fine anni 70) e da subito non ho capito di avere avuto la fortuna di conoscere personalmente uno dei nostri più cari eroi della democrazia, della libertà e difensore dei più deboli.
    Spesso, sbagliando, non riserviamo abbastanza spazio nella memoria per queste grandi figure, figli della nostra terra e a ciò è giusto che si ponga rimedio.
    Per questo ringrazio Fiorella Falci che con grande passione e competenza ci regala e ci restituisce alla memoria eroi e fatti del nostro tempo, spesso poco o inadeguatamente ricordati.
    Lillo Vaccaro

Comments are closed.