Ottobre è il mese dedicato alla sensibilizzazione sulla salute mentale, eppure nei luoghi di lavoro lo stress cronico rimane un’epidemia silenziosa. Lo studio condotto da ilCVperfetto su un campione di 1.000 lavoratori statunitensi, intitolato ‘Burnout sul lavoro’, rivela che il 63% degli occupati sperimenta i sintomi dell’esaurimento professionale più volte a settimana.
I dati chiave in sintesi: – Un tabù in azienda: solo il 2% dei lavoratori affronta il problema con il proprio manager o l’Hr. – Effetto quiet quitting: il 33% dei dipendenti ha ridotto il proprio impegno al minimo per gestire lo stress. – L’ombra delle dimissioni: quasi 1 lavoratore su 2 (48%) valuta di licenziarsi almeno una volta al mese. – Le soluzioni richieste: il 24% vorrebbe un aumento salariale e il 15% la settimana lavorativa di 4 giorni.
IL TABÙ DELLA salute MENTALE E LA SFIDUCIA NEI CANALI AZIENDALI – Il report mette in luce una drammatica mancanza di comunicazione all’interno delle organizzazioni. Sebbene il disagio sia capillarmente diffuso, parlarne apertamente rimane un ostacolo difficile da superare: – Mancanza di dialogo: solamente il 2% degli intervistati ha cercato un confronto diretto con il manager o l’ufficio Hr. – Sfiducia nell’Hr: il 41% nutre forti dubbi sulla reale capacità del dipartimento risorse umane di gestire la salute mentale. – Inutilizzo dei benefit: appena il 3% usufruisce dei programmi aziendali di supporto psicologico e solo solo l’8% si rivolge a uno specialista esterno
Inoltre: LE CONSEGUENZE SULLA SALUTE E IL CROLLO DELLA MOTIVAZIONE – Lo stress prolungato si traduce in un marcato deterioramento psicofisico che compromette la vita quotidiana e il rendimento professionale: – Ansia e insonnia: il 23% prova frequentemente ansia o forte tensione, mentre il 17% soffre di disturbi del sonno. – Sintomi fisici e procrastinazione: il 15% riscontra mal di testa o irritabilità e un ulteriore 15% ammette di procrastinare più del solito. – Calo di motivazione: l’11% fatica a concentrarsi e un altro 11% ha richiesto giorni di malattia per stress. Oggi, appena il 19% dei lavoratori conserva un reale interesse per le proprie mansioni.
TRA QUIET QUITTING E LA RICERCA DI UN’ALTRA OCCUPAZIONE – In assenza di supporto la reazione dei dipendenti oscilla tra il disimpegno progressivo e la ricerca attiva di una via d’uscita: – Disimpegno sul lavoro: il 13% ammette di fare oggi lo stretto necessario (quiet quitting), mentre il 27% dichiara di averlo fatto in passato. – Intenzione di dimettersi: il 48% dei dipendenti valuta di rassegnare le dimissioni almeno una volta al mese. – Cambio di azienda: il 15% del personale sta già cercando attivamente un’altra occupazione.
DALLE ASPETTATIVE SUI DATORI DI LAVORO ALLE STRATEGIE D’AUTOTUTELA – Cosa chiedono i lavoratori per superare la crisi? E come reagiscono se l’azienda non risponde? – Le richieste alle aziende: il 24% indica un adeguamento retributivo, il 15% richiede la settimana lavorativa di quattro giorni e il 10% auspica un clima di lavoro più sereno. – Autotutela individuale: di fronte all’inazione aziendale, il 18% ha iniziato a fissare confini più rigidi tra vita privata e lavoro, mentre il 15% vede nel cambio di azienda l’unica soluzione per tutelare la propria carriera.

