CALTANISSETTA. Le dipendenze non colpiscono tutti allo stesso modo e le donne che affrontano questa esperienza hanno bisogno di risposte specifiche sul versante della «cura». Per questo la comunità terapeutica «La ginestra» di Caltanissetta dell’Ets «Casa Rosetta», presieduta da Giorgio De Cristoforo, punta su un modello calibrato su misura per il mondo femminile, in uno spazio protetto, lontano dai giudizi e dallo stigma della società, dove l’accoglienza tiene conto anche della femminilità, della maternità, dei ritmi e dei tempi di ogni utente.
In questa cornice e nell’ambito della collaborazione tra l’Ets Casa Rosetta e la Società italiana per la promozione della salute (Sips) – Sicilia, alle ospiti della comunità terapeutica è stato proposto un programma sul miglioramento del vissuto corporeo i cui primi risultati sono stati presentati in occasione di una giornata di studio a Cefalù, al Teatro Cicero, un evento organizzato dalla Delegazione regionale della Sips.
Maria Antonelli – educatore e responsabile della comunità terapeutica «La ginestra» – ha presentato i dati della ricerca che ha accompagnato il programma: due rilevazioni, quella iniziale e la seconda a metà percorso. La ricerca ha consentito di valutare come cambia il «clima corporeo», grazie al programma, secondo quanto viene percepito dalle ospiti: è emerso un netto miglioramento nel supporto degli operatori, nell’inclusività della diversità e nella sicurezza percepita.
Giuseppe Lombardo, psicologo e psicoterapeuta, presidente regionale della Sips, che ha progettato la ricerca-intervento, ritiene che le attività del programma, proposte dagli operatori della comunità, abbiano consentito alle ospiti di essere più consapevoli e più capaci di riconoscere e rifiutare quei comportamenti tossici che prima venivano tollerati; comportamenti, come battute, svalutazioni e giudizi, che riguardano il corpo e che vengono correntemente definiti con l’espressione body shaming.
Il messaggio principale che Maria Antonelli ha presentato al convegno di Cefalù, può essere riassunto in questi termini: abbracciare le proprie fragilità per trasformarle in punti di forza, ricordando alle ospiti che, in coerenza con le finalità terapeutiche, il corpo non è un oggetto da esibire, ma la mappa di una vita, segnata da difficoltà, da ferite, da problematiche legate al genere. Nelle storie di queste donne, i traumi e le violenze subite nel passato hanno infatti lasciato segni profondi che si imprimono anche nel corpo e che alterano l’equilibrio psicologico e l‘identità di genere delle persone.
Spesso, chiarisce la responsabile de «La Ginestra», l’uso di sostanze diventa una sorta di scudo anestetico, un modo per non sentire il dolore dell’anima e la sofferenza; nelle storie di dipendenza al femminile, il trauma legato al genere risulta così spesso come «iscritto nei tessuti». Il percorso comunitario aiuta le ospiti a fare pace con il proprio specchio, con la propria pelle e la propria corporeità nelle relazioni interpersonali, con le compagne e con gli operatori.
L’obiettivo cardine del percorso trimestrale proposto in comunità è quindi quello di guidare le ospiti nel «riabitare la corporeità», trasformando le ferite in risorse e superando la distorsione e le lacune della propria immagine corporea. Attraverso moduli mirati come «Lo specchio del valore», «La mappa del corpo» e «Il corpo che fa», l’attenzione viene spostata dalla pura dimensione estetica e del corpo-oggetto (spesso condizionata dai modelli effimeri e irrealistici dei social media) a quella funzionale, vitale e creativa.
Simbolo concreto di questa rielaborazione è l’attività indicata come «La valigia del rispetto»: ogni ospite inserisce in una vera valigia un pensiero, una parola o una promessa scritta per difendere se stessa e le compagne dalle critiche e dai giudizi sul corpo. Custodita in uno spazio comune, la valigia viene riaperta periodicamente per dare continuità all’attività e favorire il confronto sui percorsi di crescita individuali tra pari, in un clima corporeo che valorizza la solidarietà e l’empatia al femminile.
Lombardo aggiunge che, anche grazie al programma in corso di attuazione nella comunità terapeutica «La ginestra», la Sips regionale intende ribadire il proprio impegno nella creazione di ambienti «sensibili» alla salute e al benessere, in coerenza con le indicazioni della Carta di Ottawa (a 40 anni dalla sua emanazione), documento che ha ispirato l’attenzione per ogni contesto in cui si costruisce la salute (scuola, organizzazioni, ospedali e servizi sanitari, comunità) e per la «salute in tutte le politiche».
«Ringrazio l’Ets Casa Rosetta per questa opportunità e per questa sinergia – aggiunge Lombardo – che in questo caso coniuga l’esperienza, consolidata sul campo, della comunità terapeutica nell’accoglienza e nel recupero delle donne con dipendenza da sostanze con l’impegno della nostra Società nella diffusione di buone pratiche per la salute e il benessere anche in contesti inusuali, come quelli riabilitativi».
Il convegno di Cefalù ha rappresentato un’importante occasione per tradurre questa collaborazione in una riflessione concreta sulla salute di genere e su modelli terapeutici innovativi e autenticamente interdisciplinari. Significativo apprezzamento per il lavoro svolto a «La ginestra» e presentato a Cefalù è stato espresso dal supervisore delle comunità terapeutiche di Casa Rosetta, la psicologa Emanuela Adele Cutaia, e dal presidente di Casa Rosetta Giorgio De Cristoforo.
Sempre in tema di innovazione e di selezione delle migliori pratiche, i proponenti presenteranno i risultati del programma sul «clima corporeo» anche in occasione del XIV Meeting nazionale della Sips che si svolgerà ad Alassio, in Liguria, dal 19 al 21 novembre; a tale scopo, infatti, una sintesi dell’attività svolta è stata trasmessa al comitato scientifico della Sips.
Gli autori concludono affermando «che la guarigione e la rinascita, soprattutto nei percorsi terapeutici e riabilitativi al femminile, non possono ignorare la dimensione della corporeità in termini di vissuto, di mediazione, di relazione e di rappresentazione. Come ha ricordato Maria Antonelli nel chiudere la sua relazione, «un corpo non è un disegno geometrico da rendere perfetto. È una mappa di strade percorse, abbracci dati e tempo vissuto: la sua bellezza sta nelle sue deviazioni».

