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Mafia appalti: chiesta a Csm una pratica a tutela del gip Caltanissetta, “Scarpinato ha fatto bullismo politico”

Redazione

Mafia appalti: chiesta a Csm una pratica a tutela del gip Caltanissetta, “Scarpinato ha fatto bullismo politico”

Mar, 06/10/2026 - 16:53

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Aprire “una pratica a tutela del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Caltanissetta” Santi Bologna “e, più in generale, dell’autonomia e dell’indipendenza della funzione giudiziaria”. Lo chiedono i consiglieri togati di Magistratura Indipendente Edoardo Cilenti, Paola D’Ovidio, Maria Vittoria Marchianò, Maria Luisa Mazzola, Eligio Paolini e Dario Scaletta, e i componenti laici Felice Giuffrè, Enrico Aimi, Daniela Bianchini e Daniele Porena, al Comitato di Presidenza del CSM, ai sensi dell’art. 36 del Regolamento interno.

L’azione dei togati trae origine dalle dichiarazioni con cui, nei giorni scorsi, Roberto Scarpinato senatore e ex magistrato, nel quadro di una più ampia ricostruzione delle indagini sulle stragi mafiose del 1992-1993, ha sostenuto che un provvedimento di archiviazione del GIP nisseno sarebbe fondato anche su fatti e circostanze ritenuti falsi da altre autorità giudiziarie e darebbe “di fatto manforte al bullismo politico” di cui egli stesso afferma di essere vittima.

“Su vicende di straordinaria rilevanza storica e giudiziaria come queste, il confronto pubblico, anche radicalmente critico, sulle diverse ricostruzioni investigative e sulle valutazioni contenute nei provvedimenti è pienamente legittimo”, osservano i consiglieri. “Non compete al Consiglio stabilire quale ricostruzione sia corretta, né valutare la fondatezza dell’archiviazione: l’ordinamento prevede gli strumenti per contestare le decisioni dell’autorità giudiziaria e, nei casi previsti, sottoporle al controllo di altri giudici”.

Diverso, secondo i firmatari, è descrivere un provvedimento giudiziario come uno strumento che offre sostegno a un’attività di ‘bullismo politico’: in questo modo l’esercizio della giurisdizione viene collocato all’interno di uno scontro politico e gli si attribuisce una funzione diversa da quella dell’accertamento dei fatti e dell’applicazione della legge. Una rappresentazione che assume particolare rilievo perché proviene da chi ha a lungo esercitato le funzioni di magistrato e conosce bene, proprio per esperienza professionale, la differenza tra la critica, anche radicale, di un provvedimento e l’attribuzione al giudice che lo ha adottato di una collocazione all’interno di un conflitto politico.I consiglieri ricordano che il Consiglio si è già confrontato con questioni analoghe in recenti vicende, pur in contesti e con modalità differenti: la libertà di critica nei confronti dell’attività giudiziaria, che deve restare pienamente garantita, incontra un limite quando dalla contestazione dell’atto si passa alla delegittimazione della funzione, attribuendo ai magistrati finalità politiche o interessi estranei all’esercizio della giurisdizione.”La tutela dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura non sottrae l’attività giudiziaria al dibattito pubblico”, concludono i consiglieri. “Richiede, al contrario, che quel dibattito si confronti liberamente con il contenuto degli atti e delle decisioni, senza trasformare il magistrato che li ha adottati in un soggetto del confronto politico”.

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