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Razzismo in Italia, rapporto 2025-2026 su disuguaglianze e risposte

Redazione

Razzismo in Italia, rapporto 2025-2026 su disuguaglianze e risposte

Mar, 22/09/2026 - 13:54

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Povertà, ostacoli nell’accesso alla casa e al lavoro, divari scolastici, difficoltà nei percorsi di cura, discriminazioni nei rapporti con le istituzioni e una rappresentazione mediatica nella quale la voce diretta delle persone migranti resta minoritaria. Sono alcuni degli ambiti analizzati da ‘Ricomporre le fratture. Dati, pratiche e prospettive contro il Razzismo in Italia 2025-2026′, primo rapporto annuale dell’associazione Il Razzismo è una brutta storia, promossa dal Gruppo Feltrinelli. Il volume affianca all’analisi delle disuguaglianze una ricognizione di oltre 40 esperienze antirazziste attive nel Paese. Curato da Tana Anglana ed edito dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli come primo volume della collana ‘respiri’, il rapporto raccoglie contributi di ricercatori, attivisti, organizzazioni della società civile ed esperti.

E’ disponibile online dal 22 settembre, nel mese in cui ricorre l’anniversario dell’uccisione del diciannovenne Abdoul Guibre, conosciuto come Abba, avvenuta a Milano diciotto anni fa. Da quell’episodio prese avvio la campagna ‘Il Razzismo è una brutta storia’; l’associazione venne costituita nel 2011. Il quadro restituito dal volume va letto tenendo conto dei limiti delle rilevazioni disponibili. Gli autori sottolineano che in Italia la raccolta di dati ufficiali e disaggregati sulle discriminazioni non è ancora sistematica e che le informazioni provengono da fonti, anni e campioni differenti. I numeri, quindi, descrivono aspetti diversi del fenomeno ma non ne forniscono una misurazione complessiva.

Tra gli indicatori generali, il rapporto richiama oltre 1.200 crimini d’odio registrati nel 2022 dall’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori. Nella ricerca L.A.W. di ASGI e Centro Studi Medì, condotta su 522 persone, soltanto il 4% degli intervistati dichiara di non essersi mai sentito discriminato. Le esperienze riferite riguardano insulti e trattamenti peggiorativi, ma anche situazioni quotidiane nelle quali le persone affermano di essere state ignorate, svalutate o considerate meno credibili. Nel 2024 il Contact Center dell’UNAR ha raccolto 17.640 segnalazioni di discriminazione: 1.106 attraverso segnalazioni dirette e 16.534 mediante il monitoraggio di media e web. I casi pertinenti segnalati direttamente risultano in aumento del 12,8% rispetto all’anno precedente. Origine etnica e colore della pelle figurano tra i fattori più ricorrenti, mentre sui social media sono stati rilevati 10.095 casi di hate speech.

Il volume parte anche da quattro episodi che, secondo la nona Mappa dell’Intolleranza di Vox Diritti, nel 2025 hanno coinciso con picchi di xenofobia online: la diffusione di nuove immagini sulla morte di Ramy Elgaml durante un inseguimento delle forze dell’ordine a Milano; la campagna per il referendum sulla cittadinanza; il naufragio al largo di Lampedusa dell’agosto 2025; la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Verona nel procedimento riguardante l’agente coinvolto nella morte di Moussa Diarra.

Su 19.695 post xenofobi analizzati dalla Mappa, il 6,42% presenta anche altre componenti discriminatorie. Le associazioni più frequenti sono con l’islamofobia, nel 2,48% dei contenuti esaminati, con la misoginia, nel 2,13%, e con l’antisemitismo, nello 0,64%. Il dato viene utilizzato nel rapporto per mostrare come forme diverse di ostilità possano sovrapporsi. Il primo dei quattro assi di analisi riguarda l’accesso ai diritti. Nel 2024 viveva in povertà assoluta l’8,4% delle famiglie residenti in Italia; la quota saliva al 30,4% tra quelle con almeno un componente straniero e al 35,2% nelle famiglie composte esclusivamente da cittadini stranieri, contro il 6,2% delle famiglie italiane. Nel 2025, inoltre, il rischio di povertà o esclusione sociale indicato nel rapporto raggiungeva il 41,5% tra le persone con background migratorio, rispetto al 20,1% dei cittadini italiani. Le differenze emergono anche nel lavoro. Le persone senza cittadinanza italiana rappresentano oltre il 10% degli occupati, ma il tasso di disoccupazione riportato nel volume è dell’11,3%, contro il 7,2% degli italiani.

Nell’indagine L.A.W., il 46,6% dichiara di lavorare o avere lavorato senza contratto, il 32,6% segnala ore effettive superiori a quelle registrate e il 33,3% riferisce mansioni inferiori alle proprie qualifiche. Il 38,6% afferma inoltre di non avere potuto partecipare a concorsi pubblici per il requisito della cittadinanza italiana. Nello stesso campione, il 66,7% dichiara che una richiesta di affitto è stata rifiutata perché straniero; il 50,2% riferisce richieste di garanzie aggiuntive, il 28,7% di più mensilità anticipate e il 27,6% di un canone più elevato. Il 32,6% segnala inoltre ostacoli incontrati con le agenzie immobiliari, come un numero minore di proposte o alloggi dichiarati non disponibili. Sul fronte della salute, il rapporto indica per la popolazione straniera un tasso di ospedalizzazione di 50,9 ricoveri ogni mille residenti, contro 82,8 nella popolazione italiana, accompagnato però da una maggiore incidenza degli accessi in urgenza.

Il documento interpreta questa combinazione come un possibile segnale di un ricorso più tardivo e discontinuo ai servizi, in presenza di barriere linguistiche, amministrative e socio-economiche. Una revisione scientifica del 2025 richiamata nel volume, su oltre 40.000 partecipanti in Europa e negli Stati Uniti, associa inoltre l’esposizione a discriminazioni razziali o etniche a un rischio superiore del 77% di sintomi psicotici e a un rischio doppio di episodi psicotici conclamati; nei casi di aggressioni razziste dirette l’associazione arriva a un rischio cinque volte superiore. Si tratta di associazioni statistiche, non della prova che una singola esperienza discriminatoria determini da sola un disturbo.

L’accesso ai diritti comprende anche sicurezza e giustizia. Il rapporto richiama analisi dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali e dell’European Commission against Racism and Intolerance che segnalano il tema della profilazione razziale e, per l’Italia, testimonianze di controlli selettivi basati su caratteristiche etniche o sull’aspetto fisico. Tra le pratiche censite compare anche il progetto Yaya, che raccoglie testimonianze sui controlli di polizia e produce strumenti informativi sui diritti delle persone sottoposte a identificazione.

 Il secondo asse riguarda le disuguaglianze educative e culturali. Il ritardo scolastico interessa il 26,4% degli studenti stranieri contro il 7,9% degli italiani e arriva al 48% nelle scuole superiori. Nell’anno scolastico 2022-2023 il 33,4% degli studenti con background migratorio risultava iscritto ai licei, contro il 53,7% degli studenti senza background migratorio, mentre era maggiore la presenza nei percorsi tecnici e professionali. Il rapporto richiama anche una ricerca secondo la quale i docenti esprimono una minore fiducia nella prosecuzione degli studi per gli studenti con background migratorio: 53,4% contro 64,5%. Le relazioni sociali costituiscono il terzo ambito.

Nel rapporto pilota dell’Osservatorio nazionale contro le discriminazioni nello sport, le violenze verbali rappresentano l’86,3% degli episodi censiti e quelle fisiche lo 0,9%. Tra i moventi figurano le origini nazionali o etniche nel 40,3% dei casi e i tratti somatici nel 37,9%. I tifosi sono indicati come autori nel 36,5% degli episodi e i giocatori nel 31,8%. Un’altra rilevazione citata nel volume segnala che svolge attività sportiva fuori dall’orario scolastico il 53% degli alunni stranieri delle scuole secondarie di primo grado, contro il 75,7% degli italiani. L’ultimo asse è dedicato alle narrazioni nello spazio pubblico. Tra il 2013 e il 2025, nei titoli dei principali quotidiani sono state registrate quasi 6.000 occorrenze di termini come ‘emergenza’, ‘crisi’, ‘allarme’ e ‘invasione’ associati al racconto delle migrazioni.

Nei telegiornali di prima serata il 24,2% delle notizie sul tema contiene almeno una dichiarazione di esponenti politici, mentre soltanto il 7% dei servizi dà voce direttamente a persone migranti e rifugiate. Il rapporto interpreta questa sproporzione come uno degli elementi che contribuiscono a costruire un racconto nel quale i diretti interessati appaiono più spesso come oggetto che come soggetto dell’informazione. Alla ricognizione delle disuguaglianze si affiancano le pratiche. La selezione non viene presentata come esaustiva e comprende esperienze molto diverse: Nocap e Sos Rosarno sul lavoro; Common Ground e altri progetti sull’accesso alla casa e ai servizi; Come Dire e Yaya nel rapporto con le istituzioni; CESAIM Verona nella salute; Educare alle Differenze, Piuscuola e Mamma Lingua nell’ambito educativo; iniziative sportive e territoriali come Un Calcio al Razzismo; progetti dedicati alle rappresentazioni pubbliche come Che Italia!, DARNA, Carta di Roma e Cronache di ordinario Razzismo.

Dall’analisi delle esperienze, gli autori individuano una tensione tra radicamento territoriale e capacità di estendere gli interventi. I progetti più legati ai territori possono produrre cambiamenti concreti ma risultare difficili da trasferire altrove; quelli che operano su scala più ampia possono incidere sul dibattito o sulle istituzioni, ma rischiano di perdere prossimità. Il rapporto attribuisce un ruolo rilevante alle coalizioni tra enti pubblici, associazioni, Terzo Settore, ricerca e realtà culturali, precisando però che costruirle e mantenerle richiede tempo, coordinamento, risorse e capacità di mediazione. Nella premessa Carlo Feltrinelli, presidente dell’associazione, scrive che a suo giudizio ‘la situazione oggi è evidentemente peggiorata’ rispetto a diciotto anni fa e indica nel rapporto uno strumento per collegare analisi e pratiche già attive. Il volume prosegue poi con contributi dedicati alle prospettive future, dalla scuola al diritto fino alle narrazioni pubbliche, mantenendo separate le analisi statistiche dalle interpretazioni e dalle proposte degli autori.

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