CALTANISSETTA – Ci sono parole che possono arrivare soltanto da un fratello. Parole che non hanno bisogno di ricostruire una biografia, perché vengono da chi quella vita l’ha attraversata dall’interno, condividendone successi e cadute, giorni luminosi e momenti difficili, palchi gremiti e silenzi lontani dai riflettori.
A salutare Tony Maganuco è questa volta il fratello Peppe Azzaro, che ha affidato al proprio profilo Facebook una lunga lettera aperta. Un testo doloroso ma mai disperato, attraversato dall’ironia che apparteneva al loro rapporto e da quella complicità che soltanto i legami familiari più profondi riescono a custodire.
E c’è anche qualche sassolino dalla scarpa.
Azzaro non nasconde l’amarezza per alcuni commenti, post e articoli comparsi dopo la morte del fratello. Lo fa senza costruire accuse personali, scegliendo invece proprio il linguaggio che Tony avrebbe probabilmente utilizzato: ironia, sarcasmo e quella capacità di ridere persino delle situazioni più amare.
Ma soprattutto la lettera riporta Tony nel luogo che gli apparteneva: dietro un palco, davanti a una scaletta, con un microfono in mano e uno spettacolo da far cominciare.
«Caro Tony, chi doveva dirlo che proprio io dovevo scriverti una lettera aperta? Proprio a te che di missive ai giornali riempivi e rompevi le scatole!», esordisce Giuseppe.
Poi il tempo sembra tornare indietro.
«Sai Tony, ho la sensazione che il tempo si sia fermato, che sia un giorno qualunque di tanti anni fa, quando ci preparavamo per uno spettacolo, un grosso concerto, il Festival. Mi ritrovo a studiare una scaletta, controllare gli ospiti e guidare i tecnici, sempre sotto il tuo sguardo».
È il racconto di due fratelli, ma anche di un pezzo della storia dello spettacolo a Caltanissetta. Giuseppe ricorda gli anni nei quali, accanto a Tony, sembrava che qualsiasi progetto potesse diventare realtà: «E pensare che c’è stato un tempo in cui tutto sembrava possibile perché tu lo rendevi tale».
Subito dopo arriva una domanda che racchiude una parte importante della lettera: «Cosa ne è di quei giorni? Dove sono finiti tutti?».
Ed è qui che il ricordo diventa più pungente.
Azzaro guarda a quanto accaduto sui social dopo la morte del fratello e ricorre a un’espressione volutamente provocatoria: il «Festival dei post stupidi, dei commenti idioti e degli articoli di dubbio gusto», nella «gara delle testedimì». Un passaggio duro, ma immediatamente stemperato dall’ironia, trasformandolo quasi in un nuovo dialogo con Tony: «Ah! Sapessi caro fratello che risate ci saremmo fatti a guardarle insieme».
Poi arriva forse uno dei passaggi più significativi dell’intera lettera.
«Perché io c’ero! C’ero nell’ascesa e c’ero nelle cadute!!»
Sono poche parole, ma segnano il confine tra ciò che può essere raccontato dall’esterno e ciò che appartiene alla storia privata di una famiglia.
Giuseppe ricorda un Tony lontano dall’immagine dell’uomo che cercava gli applausi. Racconta che, una volta chiuso il sipario, non andava a prendersi la scena, ma restava insieme alla sua squadra dietro il palco per capire cosa avesse funzionato e cosa invece fosse andato storto.
«Qualsiasi cosa tu facessi gli applausi erano per la città, mai per Tony Maganuco», scrive.
Per Azzaro, infatti, il senso di ciò che il fratello aveva costruito stava soprattutto nel rapporto con Caltanissetta: «I tuoi successi erano, e sono, i successi della tua amata e maledetta città».
Ed è proprio parlando di famiglia che Giuseppe inserisce nella lettera un riferimento apparentemente scherzoso, ma dal significato profondo.
«A proposito di famiglia, sai che oltre Silvia e Tiziana abbiamo altri due fratelli? Si chiamano Boris e Massimo, poi te li presento…».
Il riferimento è a Boris e Massimo Pastorello, che negli ultimi anni sono stati particolarmente vicini a Tony Maganuco. Una presenza discreta e costante, che non è venuta meno nei momenti più difficili e che si è manifestata con ancora maggiore forza anche in questi giorni segnati dal dolore per la sua scomparsa.
È per questo che Giuseppe Azzaro, con l’ironia affettuosa che attraversa tutta la lettera, li chiama simbolicamente “fratelli”: un modo semplice ma significativo per riconoscere un’amicizia che nel tempo aveva assunto il valore di un vero legame familiare.
Poi Azzaro torna ai ricordi e cita Lucio Dalla: «L’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale».
Giuseppe la rovescia sul fratello con una frase che sembra quasi un epitaffio: «E la tua normalità è stata essere eccezionale».
Non è però un’agiografia. Azzaro lo precisa e non risparmia neppure Tony. Lo definisce «uno stolto», scherzosamente «il re delle testedimì», e gli rimprovera soprattutto una scelta: non essere andato via.
Ma quello che inizialmente sembra un rimprovero si trasforma immediatamente nel riconoscimento della sua ostinazione nel voler restare a Caltanissetta.
«Non sei voluto andar via, hai scelto di restare, un Don Chisciotte contro i mulini a vento, con un microfono al posto della lancia. E hai fatto bene!»
Forse è questa una delle immagini che meglio restituiscono il Tony raccontato dal fratello: un uomo capace di combattere battaglie che altri potevano considerare impossibili, qualche volta esagerando, qualche volta sbagliando, ma continuando a credere nella propria città.
Poi la lettera diventa ancora più personale.
Torna la figura della madre e una frase che Giuseppe attribuisce a lei: «La vita è fatta di due atti unici, quello di nascere e quello di morire… in mezzo dimostrare di essere uomini».
La risposta del fratello arriva subito: «E tu lo sei stato… posso gridarlo! Perché solo io so chi sei veramente».
Da quel momento la lettera cambia lentamente forma. Non è più soltanto un ricordo. Diventa l’organizzazione dell’ultimo spettacolo di Tony.
Giuseppe immagina ancora una volta una scaletta da rispettare. Immagina il dietro le quinte, l’odore della moquette, il legno del palco e la macchina del fumo. Guarda idealmente oltre il sipario e vede «il pubblico delle grandi occasioni».
E anche qui l’ironia non scompare. Ci sono amici, parenti, persino «le autorità al completo» e un «cast stellare» popolato, nelle parole di Azzaro, da «nani, ballerine, trapezisti, giullari e buffoni».
Poi arriva il momento di preparare il protagonista.
«È giunto il momento, metti il vestito buono, quello delle grandi occasioni! Le scarpe lucide come si compete a un bravo presentatore… la tua cravatta buona».
Ed è qui che la dimensione pubblica lascia definitivamente spazio a quella privata.
Giuseppe racconta un piccolo rito appartenuto soltanto a loro due: «Anche questa volta ti ho messo in tasca un pacco di sigarette, le caramelle rigorosamente Halls e un microfono nuovo di zecca!».
È forse l’immagine più intima dell’intera lettera. Tre piccoli oggetti che diventano il bagaglio simbolico per l’ultimo viaggio di un uomo che con un microfono aveva raccontato, discusso, provocato e soprattutto vissuto una parte importante della propria vita.
Infine non resta che aprire il sipario.
Giuseppe dà un’ultima occhiata alla sala. Immagina tutti seduti. Aspetta ancora una volta quella parola che tante volte deve avere sentito pronunciare dal fratello prima di uno spettacolo:
«Aspetto il tuo: “Iniziamo”… si va in scena».
Poi soltanto poche parole, come indicazioni scritte sull’ultima scaletta:
«Buio in sala…
Silenzio…
Sipario…
Luci…
Applausi!!!!»
E infine, due sole parole:
«Addio Tony».
È l’ultimo spettacolo raccontato da Giuseppe Azzaro. Questa volta non ci sono artisti da accompagnare sul palco, tecnici da coordinare o imprevisti da risolvere. C’è un fratello da salutare.
E forse non poteva esserci immagine più vicina alla loro storia per farlo: le luci che si accendono, il sipario che si apre e, ancora una volta, gli applausi.
L’ultimo spettacolo di Maganuco nelle parole del fratello Peppe Azzaro: «Sipario, luci, applausi. Addio Tony»
Sab, 29/08/2026 - 01:24
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