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Paolo Borsellino, 34 anni senza la verità: le indagini non si fermano

Redazione 3

Paolo Borsellino, 34 anni senza la verità: le indagini non si fermano

Dom, 19/07/2026 - 09:14

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Sono 57 i giorni che separano le stragi di Capaci e via D’Amelio. Trentaquattro gli anni che dividono i due eccidi da una verita’ piena la cui ricerca e’ ancora oggetto di processi e nuove indagini, tra condanne, assoluzioni, prescrizioni e spunti investigativi che tengono tuttora aperto il conto con la giustizia. Gli attentati si consumarono in un contesto d’incapacita’ e complicita’ che va ben oltre il livello della mafia, in un quadro, certificato da una sentenza, di “colossale depistaggio”. Un depistaggio che per molti ancora non e’ finito. Poco fu fatto per proteggere Paolo Borsellino: 51 anni, da 28 in magistratura, procuratore aggiunto nel capoluogo siciliano dopo aver diretto la procura di Marsala, quel 19 luglio 1992 pranzo’ a Villagrazia con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia. Poi si reco’ con la sua scorta in via D’Amelio, dove vivevano la madre e la sorella. Una Fiat 126 parcheggiata nei pressi dell’abitazione della madre con circa cento chili di tritolo a bordo, esplose al passaggio del giudice, uccidendo anche i cinque agenti. Erano le 16.58. L’esplosione, nel cuore di Palermo, venne avvertita in gran parte della citta’. L’autobomba uccise Emanuela Loi, 24 anni, la prima donna poliziotto in una squadra di agenti addetta alle scorte; Agostino Catalano, 42 anni; Vincenzo Li Muli, 22 anni; Walter Eddie Cosina, 31 anni, e Claudio Traina, 27 anni. Unico superstite l’agente Antonino Vullo. L’isolamento all’interno della procura di Palermo di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la loro sovraesposizione, la gestione delle indagini riguardante il filone “mafia e appalti” durante il periodo in cui Pietro Giammanco esercito’ le sue funzioni di procuratore, per i pm di Caltanissetta, rappresentano alcune delle cause che nel 1992 diedero vita alla stagione stragista. L’isolamento dei due magistrati e la loro sovraesposizione per la procura di Caltanissetta, sulla base di numerosi e concreti elementi indiziari, sono ritenuti due presupposti o precondizioni mentre la “discutibile” gestione del dossier che ha permesso di svelare pericolosi intrecci tra politica, imprenditoria e mafia, rappresenta un fattore concorrente. Diversi i filoni di indagini sui quali si e’ focalizzata e continua a focalizzarsi l’attenzione degli inquirenti con “le indagini che proseguono su piu’ fronti” come piu’ volte ribadito dal procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca. “Indagini caratterizzate da una faticosa ricerca della verita’ e da clamorosi depistaggi di Stato”, per far luce sulla strage di Capaci in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani; e sull’attentato di via D’Amelio. Al centro della ricerca della verita’ restano i mandanti occulti, i depistaggi istituzionali e la convergenza di interessi estranei alla mafia. Si indaga sul mistero dell’agenda rossa del giudice Borsellino, sulla massoneria segreta, sulla pista nera e sui depistaggi che hanno caratterizzato le indagini, fermo restando che l’inchiesta sul dossier mafia e appalti, a carico di ignoti, per cui la procura ha chiesto l’archiviazione, rimane una delle principali ipotesi che avrebbe potuto scatenare le stragi. La procura ritiene che “l’indagine mafia e appalti sia stata il crocevia di una serie di interessi mafiosi, politici, imprenditoriali e, presumibilmente, massonici, accomunati dalla volonta’ di impedire al giudice Borsellino di rivelare quanto a sua conoscenza in proposito”. Per la procura nissena, che condivide integralmente la ricostruzione effettuata dalla sentenza del processo Borsellino Quater, “costituisce un dato processualmente accertato, che la strage di via D’Amelio, fu deliberata alla fine del mese di giugno 1992, mentre la fase preparatoria ebbe inizio nei primi giorni del mese di luglio”. I magistrati ritengono che l’attentato subi’ un’accelerazione dopo l’intervento di Borsellino, il 25 giugno 1992, durante un incontro pubblico, a Casa Professa. “Borsellino – spiega la procura – con lucida determinazione, affermo’ pubblicamente di essere su taluni aspetti che avevano portato dapprima all’isolamento professionale di Falcone e poi alla sua tragica eliminazione un testimone di vicende che avrebbe riferito direttamente alla competente autorita’ giudiziaria di Caltanissetta e di cui conseguentemente non poteva fare menzione nella pubblica assemblea. Non e’, dunque, azzardato ritenere che Borsellino fosse in quel momento non solo un magistrato che aveva svolto indagini di assoluta importanza nei confronti di cosa nostra, ma soprattutto un autorevolissimo testimone, l’unico che sarebbe stato, probabilmente, in grado di rivelare elementi di fondamentale importanza per la ricostruzione della strage di Capaci o, quanto meno, per indirizzarne le indagini”. Per gli inquirenti “non sarebbe stato necessario che Borsellino fornisse solidi elementi di prova a carico degli autori della strage di Capaci, perche’ nell’esplosivo contesto politico e sociale del giugno 1992, gia’ delle mere valutazioni del detto magistrato sarebbero state il detonatore della polveriera”. La procura e’ quindi convinta “che l’accelerazione della strage di via D’Amelio trovi la sua causa nella funzione specificamente preventiva della stessa, che si aggancia ovviamente alle funzioni retributive (vendetta) e destabilizzanti intese secondo il modo di pensare di Toto’ Riina (fare la guerra per poi fare la pace). L’individuazione delle pubbliche dichiarazioni rese da Borsellino a Casa Professa come casuale ultima dell’accelerazione della strage di via D’Amelio coincide, del resto, con le tempistiche relative alla deliberazione della strage e alla fase di preparazione dell’attentato. La deliberazione fu presa alla fine del mese di giugno 1992 e il furto della 126 (poi utilizzata per la strage) risale ai primissimi giorni del mese di luglio del 1992”. Le indagini della procura si concentrano anche sulla sparizione dell’agenda rossa, che sarebbe stata all’interno della borsa di cuoio, prelevata dopo l’esplosione in via D’Amelio, ancora intatta. Borsa che fini’ sul divano dell’ufficio dell’allora capo della squadra Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, ritenuto il regista del depistaggio. “Dopo l’eliminazione di Borsellino – evidenzia la procura – dovevano essere disperse anche le considerazioni che lo stesso poteva aver annotato che avrebbero costituito un documento di importanza fondamentale. D’altro canto, e’ certo che la sparizione dell’agenda non rispondeva ad alcun interesse diretto di Cosa nostra, quanto piuttosto di ambienti che con la stessa erano in contatto a tenere celato quanto Borsellino aveva scoperto sul punto e, verosimilmente, annotato nell’agenda”. Resta in piedi il filone d’indagine sulla cosiddetta “pista nera”, relativo al possibile coinvolgimento di Stefano Delle Chiaie nella strage di Capaci. La gip del Tribunale di Caltanissetta, Graziella Luparello, ha infatti respinto la richiesta di archiviazione avanzata dai pm sui mandanti esterni e sui presunti legami eversivi degli attentati del ’92. Il giudice ha ordinato 43 nuovi approfondimenti investigativi, focalizzando l’attenzione su due distinte direttrici della pista nera che collegherebbero Cosa nostra e l’eversione neofascista. Tra gli elementi da vagliare figurano la figura del fondatore di Avanguardia Nazionale e alcune testimonianze inedite, come quelle del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero (nel frattempo deceduto), su cui l’autorita’ giudiziaria intende fare piena luce. Proprio l’ex compagna di Lo Cicero e un ex maresciallo dei carabinieri, sono imputati a Caltanissetta nell’ambito di un procedimento per depistaggio nato dalla falsa pista nera che ipotizzava la regia di Delle Chiaie, nella progettazione ed esecuzione della strage di Capaci, pista finita con l’archiviazione. A ostacolare le indagini, secondo i pm, anche quattro poliziotti, appartenenti al pool investigativo “Falcone e Borsellino”. Avrebbero reso false dichiarazioni nel corso delle loro deposizioni in qualita’ di testi in un altro processo che si e’ chiuso, in secondo grado, con la prescrizione del reato di calunnia per altri tre poliziotti, anche loro accusati di depistaggio. In un altro procedimento giudiziario, sotto processo, vi sono due generali dei carabinieri in pensione, entrambi con un passato di vertice nella Direzione Investigativa Antimafia. L’accusa sostiene che i due ufficiali abbiano ostacolato le indagini dei magistrati di Caltanissetta, evitando di dare il giusto peso alle rivelazioni del pentito Pietro Riggio, ex agente di polizia penitenziaria. Secondo la procura, se le dichiarazioni di Riggio fossero state verificate tempestivamente, avrebbero potuto fare luce sulla strage di Capaci, la cattura di Bernardo Provenzano e un pianificato attentato contro il giudice Leonardo Guarnotta. Rimane aperto il fascicolo a carico degli ex magistrati Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, indagati per favoreggiamento a Cosa nostra per aver contribuito, secondo i pm, a insabbiare, nei primi anni Novanta, una tranche dell’inchiesta mafia e appalti. L’accusa sostiene che nel 1992, su presunto input dell’allora procuratore di Palermo Pietro Giammanco, Pignatone avrebbe istigato Natoli e l’allora capitano della Guardia di Finanza Stefano Screpanti a condurre un’indagine apparente. Accuse respinte dai due magistrati. La procura ha invece chiesto l’archiviazione per un presunto coinvolgimento nelle stragi dell’ex senatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri. Il procedimento era stato aperto prendendo spunto dai contenuti di un’intervista rilasciata dal giudice Borsellino il 21 maggio del 1992 a una televisione francese in cui il magistrato parlava dei rapporti tra Vittorio Mangano e Dell’Utri. L’ipotesi, che secondo quanto emerso non ha trovato riscontri, e’ che l’intervista potesse essere un possibile movente dell’accelerazione dell’attentato di via D’Amelio. Un altro filone, per il quale e’ stata chiesta l’archiviazione, riguarda Paolo Bellini, in relazione alla sua presunta partecipazione alle stragi del 92. Si ipotizzava che l’ex esponente di Avanguardia nazionale avesse ricoperto un ruolo esecutivo o di coordinamento nelle bombe di Capaci e via D’Amelio. La ricerca della verita’ e le inchieste continuano. (AGI)

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