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Scarcerati altri tre libici condannati per “strage di Ferragosto” a Lampedusa. La Corte d’appello di Messina ha accolto le istanze di revisione dopo quella di Faraj

Redazione

Scarcerati altri tre libici condannati per “strage di Ferragosto” a Lampedusa. La Corte d’appello di Messina ha accolto le istanze di revisione dopo quella di Faraj

Mer, 24/06/2026 - 15:51

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Sono stati scarcerati nei giorni scorsi Tarek Al Amami, Mohannad Khashiba e Abdel Rahman Abdel Monsef, tre degli otto libici che erano stati condannati per la strage di Ferragosto, avvenuta nel 2025 a circa 14 miglia dalle coste di Lampedusa, su un barcone carico di migranti in cui morirono 49 persone. La Corte d’appello di Messina ha accolto le istanze di revisione presentate dai loro legali e il processo di revisione avrà inizio ad ottobre. La loro scarcerazione segue quella di Alaa Faraj, uscito dal carcere il 19 maggio scorso, che era stato condannato a trent’anni di reclusione perché accusato di essere uno degli scafisti di quella barca. Per lui è stato dichiarato ammissibile il processo di revisione lo scorso 18 maggio. Anche per un quinto dei giocatori di calcio libici condannati, coinvolti insieme ai quattro nella vicenda, l’avvocato Cinzia Pecoraro, lo stesso legale di Faraj, ha chiesto la sospensione della pena e l’istanza di revisione. Si attenderà un giorno l’esito. “E’ emerso chiaramente che su quella barca non vi era nessun equipaggio e quindi i condannati non avevano commesso nessun reato”, spiega l’avvocato Cinzia Pecoraro. L’istanza di revisione accolta dalla Corte di appello di Messina della sentenza che ha condannato Alaa Farj a 30 anni di carcere si basa soprattutto sulla testimonianza, fatta durante l’incidente probatorio lo scorso 3 marzo, richiesto da Pecoraro, del cosiddetto capitano, uno degli otto condannati per la strage che scagiona non solo Faraj ma anche gli altri sei. “Sono innocenti” ha dichiarato. Il testimone ha detto che “su quel barcone non vi era alcun equipaggio” e che l’ultima fase prima della partenza del barcone è stata gestita da due libici, rimasti in Africa che hanno riempito l’imbarcazione all’inverosimile con oltre 350 persone, decine delle quali erano state messe nella “stiva” senza la possibilità di muoversi e costrette a respirare i fumi prodotti dal motore

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