di Rosetta Anzalone – Bompensiere, riecco il paese di gesso bianco. Quante volte l’autore avrà ripetuto il suo c’era una volta un piccolo, sperduto punto geografico…, “dove non c’è il mare e non c’è montagna e da dove non passa nemmeno la ferrovia”. Sparisce giorno dopo giorno, cancellato da due lutti: gli anziani che muoiono e le case che chiudono. Eppure ha un cantore che non abita più là, ma non riesce ad andar via; vive lontano, ma vi inciampa dalla mattina alla sera. “Io sono attaccato al luogo dove sono cresciuto come un clochard al suo marciapiede”. Con inevitabile quota di dolore Orazio Martorana offre al suo minuto borgo, dove è nato “non so se per condanna o per benedizione”, il tempo penultimo che stanno vivendo tanti luoghi e ne fa teatro di rimanenze.
Questo romanzo ha una cornice evanescente, ma una ricca tessitura, fatta delle immancabili perdite e di quelle ricchezze che rendono addomesticabile il dolore della lontananza. Rileggiamone alcune. Lo zabaglione del mattino, che “faceva sostanza” grazie all’uovo, allo zucchero, al caffè d’orzo; Il grembiule azzurro della scuola elementare con il numero romano cucito sulla manica; la borsa di cartone rigido per l’album e la matita; il suono della la campana dell’unica piccola chiesa che alle otto annunciava agli alunni l’ora di ingresso; Il crocefisso al centro della parete dell’aula e la bacchetta nodosa che, posata di traverso sulla cattedra come fosse un ornamento, aggravava “la connessione tra Padre nostro e le vergate”; la liscivia, bianca come il bicarbonato e lo sputo per lucidare le scarpe. Poi Il sagrestano che in chiesa faceva il giro per raccogliere le elemosine o, meglio, per riscuotere il pagamento delle sedie, fino a quando i fedeli non decisero di portarsele da casa. E ancora, come scritto nel il libro delle cose proibite, gli appuntamenti di Apollonia e Germana, due spigolatrici che esercitavano il mestiere più antico del mondo per povertà e fori manu, dove tolleranti e comprensive si concedevano per pochi spiccioli. E la Spagnola, la pandemia più catastrofica della storia, durante la quale le persone morivano come mosche dopo una spruzzata di flit: “nell’abitato c’erano solo lutti, porte chiuse o accostate, il pianto delle donne, le cantilene dolorose. Non c’era strada che non avesse la sua ninna nanna di morte”. Poi l’americanu, Rodolfo Saraceni, un agricoltore ventenne: una storia che sembra inventata, che come una pellicola occupa più capitoli. Attorno a lui si consumarono errori, sospetti e due omicidi compiuti con un solo colpo dalla doppietta appesa al chiodo di casa. Poté fuggire in America, senza aver fatto un solo giorno di galera, come se avesse ammazzato una mosca; dopo quarant’anni – come un turista – ricomparve in paese per ragioni che sfuggono alla comprensione umana.
Queste storie dal basso e tanto altro l’autore portò con sé, quando andò via da casa. Riempì la valigia di vestiti, ma “ho strascicato assieme quello che avevo nell’anima, le mie nodose radici, che non poterono attecchire su un altro pan di terra, perché per abbeverarsi si spingevano sempre più sotto il suolo saraceno, dove nacqui e crebbi”.
La chiamano saudade in Portogallo questa dose di sofferenza per qualcosa che possedevamo e abbiamo perso, un malessere che diventa nostalgia del futuro. Non è solo rimpianto, ma anche aspirazione per uno stato in cui giustizia e saggezza trovino luogo. Chi non la sente, ha smesso di vivere.
Povera e monca sarebbe la lettura e fatica inutile sarebbe stata quella dell’autore, se non cogliessimo in questa opera, costante e robusto, il valore dell’assenza. È insomma una nostalgia dinamica e produttiva, che aggiunge al narratore la caratteristica dello scrittore civile.
Le storie del libro appaiono sospese, si spezzano e si ricompongono, si intrecciano e si dipanano, si rincorrono e si raggiungono. Per questo percorso accidentato è necessario un lettore creativo, attento a riordinare e risolvere, capace di chiudere il cerchio: solo così la deriva della costante nostalgia diventa approdo.
Tre amici inseparabili conducono il romanzo. C’è Marcello, anima candida che cerca Dio e sembra che non lo trovi mai; seminarista sempre ad un bivio, che vive in una sorta di attesa: “Io ho due amori, dice, e non posso tenerli entrambi”. C’è Ettore, il contadino che ama istruirsi, “che i giornali se li coccola prima con il pensiero e poi li divora con una settimana di ritardo”, quando il farmacista gliene fa dono. Infine Armando, ovvero lo stesso autore, pescatore di desolazione, pellegrino in costante ricerca di risposte, che alla fine trova in piccole e grandi epifanie.
Sminuirebbe di valore il libro, se non si capisse che la dignità dell’amare sta nella terra che ci ha partorito, come si fa con la propria madre. Il ritorno, detto nel titolo, non è altro che una cura a dispetto di ogni oltraggio.
In effetti tutta l’opera è uno stratagemma: ad essa Martorana affida la sua protesta e la sua lotta, convinto che è proprio del vero scrittore vivere nelle sue opere passioni intime e passioni civili e che scrivere del suo paese è un dovere doloroso. C’è una ragione etica che guida la sua scrittura: il paese, oltre a essere piccolo e situato in un posto remoto, resiste ad ogni forma di progresso: “non vi si vendono giornali, perché nessuno li legge; non esistono edicole né librerie e non ce ne saranno mai per la comune convinzione che la cultura non è companatico quotidiano e che anzi non conta. Da cento anni non vi risiede un laureato. Cosa farebbe un laureato qui? Nulla. Togliendo la parte più pregiata a chi rimane, cosa resta?”. Eppure, ammette l’autore, tante piccole comunità ricavano occasione di crescita e di progresso dalle sofferenze e dalla miseria, che anzi diventano motivo di riscatto. È capitato a tanti paesi del Vallone, piccoli e più facili da governare. Li chiama per uno ad uno: Sutera, Campofranco, Milena, Montedoro, Mussomeli, Serradifalco. E cita i pregi, l’intraprendenza di quanti ne hanno retto le sorti, riuscendo a costruire comunità giuste e ordinate. La stessa città di San Cataldo, appellata 22 come sinonimo di estro e pazzia, “ha fatto impallidire il vicino capoluogo”.
Cosa ha impedito al suo paesino di redimersi? Questa groviera di case non è solo popolata da sconfitti, ma pure da traditori sociali. Risuona sferzante in tante pagine del libro il grido “ per colpe omissive e commissive” di chi mutila il presente di sogni. La cultura è la chiave del progresso. Individui responsabili e illuminati lo hanno servito altrove su un piatto d’argento: senza di essi le comunità non hanno punti di riferimento e di risveglio.
Felice alla fine questa irruzione, che offre materia al pensiero: serve da esortazione a chi ha dimenticato qual è il nostro posto nel mondo e cosa dobbiamo fare dei luoghi che ci sono stati affidati.
Rosetta Anzalone


