Gaetano Costa, trentuno anni dopo la morte. Il “dovere di avere coraggio”

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Il Palazzo di Giustizia di Palermo

CALTANISSETTA – Forse non avrebbe gradito il giudice Gaetano Costa, nisseno, ucciso dalla mafia a Palermo il 6 agosto del 1980, che si parlasse, come sempre accade in questi casi, di “giornata della memoria” o “del ricordo”, ricorrenza formale lunga un solo giorno da accantonare fino al prossimo anniversario. Avrebbe piuttosto voluto che la società cosiddetta “civile” vigilasse costantemente su quello che è il vero cancro da estirpare, la mentalità mafiosa che per decenni ha reso la Sicilia e i siciliani schiavi del sistema dell’anti-Stato, e l’indifferenza, facendo piuttosto quadrato – come poi accadde dopo la morte di Falcone e Borsellino – intorno ai magistrati, invece di lasciarli soli, mandandoli a morire appunto nella più totale indifferenza.

Procuratore Capo di Palermo all’inizio degli anni ottanta, il giudice Costa fu assassinato da due killer in moto che gli spararono alle spalle in via Cavour a Palermo, a due passi da casa. Aveva firmato personalmente i mandati di cattura nei confronti del boss Rosario Spatola ed alcuni dei suoi uomini, mandati che altri magistrati si erano rifiutati di firmare.

A Costa va il merito di avere intuito fin dagli anni Sessanta del secolo scorso che la mafia da contadina era divenuta imprenditrice, tessendo rapporti malati con la pubblica amministrazione, nella quale si era infiltrata e della quale controllava appalti e gestione, come risulta da quanto dichiarato dallo stesso magistrato alla Commissione Antimafia. Un fenomeno inquietante e pericolosissimo sul quale inutilmente il giudice Costa cercò di richiamare l’attenzione del governo, chiedendo l’elaborazione di leggi atte ad effettuare concrete attività di indagine sui patrimoni dei presunti mafiosi per privarli degli strumenti che consentivano loro di controllare e gestire reti malavitose infiltrate ovunque.

Dopo aver vinto il concorso in Magistratura e alla fine della guerra, il giudice Costa lavorò al Tribunale di Roma per poi essere trasferito, dietro sua richiesta, alla Procura della Repubblica di Caltanissetta, dove fu sostituto procuratore prima e Procuratore Capo poi, per essere infine nominato Procuratore Capo a Palermo nel 1978.

Era l’unico magistrato a Palermo al quale, in quel momento, erano state assegnate un’auto blindata ed una scorta, ma non volle mai usufruirne per non mettere in pericolo altre vite, ricordando sempre a se stesso e ai suoi cari che lui  “aveva il dovere di avere coraggio”.

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