Solo il 39% degli italiani riconosce con certezza come violenza chiedere al partner di rinunciare a una promozione: il 44% sono donne contro il 34% degli uomini. Non è un caso isolato: è proprio quando colpisce il lavoro che la violenza economica fatica di più a essere riconosciuta.
È quanto emerge dalla nuova indagine dell’Osservatorio D, realizzata con Swg e presentata oggi alla Camera dei Deputati in occasione del lancio del terzo volume di ‘Dal silenzio all’azione’, la collana avviata da Valore D nel 2024. Il volume, dedicato alla violenza economica, nasce quest’anno dalla collaborazione con Global Thinking Foundation. L’obiettivo è aiutare le imprese a riconoscere i segnali della violenza economica e a sostenere le dipendenti e i dipendenti che la subiscono. La violenza economica è una delle forme meno visibili della violenza di genere: non lascia segni e raramente porta a una denuncia. Il lavoro, secondo Valore D, è l’ambito in cui la violenza economica si riconosce meno. T
utti i comportamenti che riguardano il lavoro restano sotto la soglia del 40%. Il 36% per lo scoraggiare il partner dall’acquisire nuove competenze; uno su tre per le pressioni perché il partner riduca l’orario di lavoro per occuparsi della famiglia. Anche il controllo delle spese resta una zona grigia. Le incertezze non riguardano solo il lavoro, ma anche le forme di controllo più conosciute. Quasi un italiano su due (47%) non considera con certezza violenza l’obbligo di giustificare ogni spesa o di mostrare gli scontrini al partner.
Per il 42% la violenza economica è un fenomeno spesso invisibile e meno di uno su cinque (18%) ritiene che sia riconosciuta in tutte le sue forme. Il 52% degli italiani chiede alle aziende un impegno maggiore, quota che sale al 56% tra le donne e al 60% tra i ceti più fragili: la richiesta di un ruolo più attivo del datore di lavoro è più forte tra le persone più esposte. Eppure in azienda il denaro resta un tabù: solo un italiano su dieci si sente a proprio agio a parlare di soldi con colleghi o responsabili. Tra chi ritiene che le aziende debbano occuparsene, le misure giudicate più efficaci sono i canali di ascolto riservati (38%) e l’accredito dello stipendio su un conto intestato esclusivamente a chi subisce l’abuso, indicato dal 43% delle donne: una misura proposta anche dalla relazione della Commissione parlamentare.
“La violenza economica nasce nelle relazioni familiari e affettive, e spesso nemmeno chi la subisce la riconosce. I suoi effetti, però, arrivano sul luogo di lavoro, ed è lì che possono essere intercettati”, commenta Barbara Falcomer, direttrice generale di Valore D. “I dati mostrano però – aggiunge – un punto cieco: la pressione a rinunciare a una promozione, a nuove competenze, a ore di lavoro è proprio la forma che meno italiani riconoscono come violenza. Eppure le aziende hanno una leva che nessun altro ha: gestiscono la retribuzione. Possono accreditare lo stipendio su un conto intestato solo a chi lo guadagna, e garantire permessi retribuiti a chi sta uscendo da una relazione violenta. Non si tratta di entrare nella vita privata delle persone, ma di non voltarsi dall’altra parte quando quella vita arriva al lavoro. Nessuna azienda può farlo da sola: servono – conclude – una rete tra imprese e alleanze con istituzioni, banche, centri antiviolenza e terzo settore, ciascuno con il proprio ruolo”

