“I libri si scrivono, talvolta si leggono, può anche capitare di viverli. E questo è un libro da vivere.” È da questa efficace riflessione della professoressa Maria Teresa Rizzo che prende avvio la prefazione a “Cunti e scantu”, l’opera di Carmelo Salvatore Benfante Picogna, una raccolta di racconti ispirati alla tradizione orale serradifalchese che si propone di custodire e tramandare un patrimonio fatto di memoria, identità e appartenenza.
Nel suo approfondito contributo critico, Maria Teresa Rizzo accompagna il lettore in un viaggio che va oltre la semplice lettura, sottolineando come l’opera sia un’esperienza da vivere, capace di riportare alla luce luoghi, volti, vicende e atmosfere che appartengono alla memoria collettiva di Serradifalco.
L’autore raccoglie storie tramandate oralmente, ascoltate nel corso degli anni e rielaborate con sensibilità narrativa, trasformandole in un patrimonio condiviso. Un lavoro che nasce dalla volontà di sottrarre all’oblio episodi, personaggi e tradizioni che hanno contribuito a costruire l’identità di una comunità, restituendoli alle nuove generazioni attraverso la scrittura.
Nella prefazione emerge con forza il valore culturale della narrazione orale, considerata non soltanto uno strumento per raccontare il passato, ma anche un mezzo attraverso il quale una comunità trasmette valori, comportamenti e modelli di vita. Le storie diventano così memoria viva, capaci di intrecciare esperienza personale e patrimonio collettivo.
Ampio spazio viene dedicato anche agli aspetti letterari dell’opera. Maria Teresa Rizzo evidenzia come il genere dei racconti popolari affondi le proprie radici nella grande tradizione narrativa siciliana e italiana, richiamando autori e opere che hanno fatto della narrazione popolare uno strumento di conservazione della memoria culturale.

Particolarmente significativo è il titolo scelto da Benfante Picogna, “Cunti e scantu”, che sintetizza efficacemente uno degli elementi fondamentali della tradizione orale: raccontare per intrattenere, ma anche per educare. Le paure, le credenze popolari, i misteri e le leggende diventano infatti strumenti pedagogici attraverso i quali venivano trasmessi insegnamenti morali e regole di comportamento.
I racconti affrontano temi universali – dall’amore alla gelosia, dalla devozione al mistero, dall’ironia alla solidarietà – sempre filtrati attraverso il contesto di Serradifalco, dove ogni vicenda trova una precisa collocazione nei luoghi, nei personaggi e nelle contrade del paese.
La prefazione dedica inoltre particolare attenzione allo stile dell’autore, definito sobrio, elegante e privo di inutili ridondanze. Una scrittura essenziale che privilegia la forza dei contenuti e la naturalezza del racconto, mantenendo viva la musicalità e il ritmo tipici della narrazione orale.
Nella parte conclusiva della sua riflessione, Maria Teresa Rizzo propone anche una considerazione di grande attualità sul rapporto tra la scrittura e l’intelligenza artificiale. Pur riconoscendone le potenzialità, sottolinea come nessun algoritmo possa sostituire l’esperienza umana, la conoscenza diretta di una comunità, le emozioni condivise e quel patrimonio di relazioni che solo chi vive un territorio può realmente raccontare.
“Cunti e scantu” si presenta così non soltanto come una raccolta di racconti, ma come un’opera di conservazione della memoria collettiva, un omaggio alle radici di Serradifalco e un invito alle nuove generazioni a riscoprire il valore delle storie tramandate di voce in voce, perché, come ricorda Cesare Pavese nelle citazioni che aprono e chiudono la prefazione, un paese continua a vivere finché qualcuno ne custodisce e ne racconta la memoria.

