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Dietro le quinte del Qal’at Song Festival: la scommessa (vinta) di dare una nuova voce a Caltanissetta

Redazione

Dietro le quinte del Qal’at Song Festival: la scommessa (vinta) di dare una nuova voce a Caltanissetta

Mer, 20/05/2026 - 22:33

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Caltanissetta si riaccende a tempo di musica. Con la prima edizione del Qal’at Song Festival, il capoluogo nisseno si riappropria della sua vocazione culturale, dimostrando che la periferia geografica può diventare centralità artistica. Abbiamo incontrato i due motori immobili di questo progetto, Marco Cammarata e Andrea Castiglione (Foto di Umberto Ruvolo), per farci raccontare come un’idea ambiziosa si sia trasformata in realtà, superando scetticismi e ostacoli logistici.

Ragazzi, partiamo dal nome: “Qal’at”. Un richiamo fortissimo alle radici storiche di Caltanissetta. Perché questa scelta e perché proprio ora?

Marco Cammarata: “Qal’at” significa fortezza, castello. Volevamo che il nome stesso del festival fosse una dichiarazione d’amore e di appartenenza. Caltanissetta non deve essere solo un punto sulla mappa o una città da cui i giovani scappano; ha una storia millenaria che merita di essere riscoperta. Abbiamo scelto questo momento perché sentivamo un disperato bisogno di ripartenza. La musica è il linguaggio universale ideale per gettare le fondamenta di qualcosa di duraturo, una vera e propria ‘fortezza’ culturale che protegga e valorizzi il nostro talento.

Andrea Castiglione: Esatto. Spesso si associa il concetto di fortezza a qualcosa di chiuso. Per noi, invece, il Qal’at Song Festival è una fortezza dalle porte spalancate. Vogliamo che Caltanissetta torni a essere un centro nevralgico, un luogo di snodo per l’arte e la creatività in Sicilia. Cominciare adesso significa lanciare un segnale chiaro: noi ci siamo, crediamo in questa terra e vogliamo vederla fiorire.

Organizzare la prima edizione di un festival musicale non è mai una passeggiata, e farlo qui comporta spesso sfide doppie. Quali sono stati gli ostacoli più grandi e come li avete superati?

Andrea Castiglione: Le difficoltà ci sono state, inutile negarlo. Dalla burocrazia alla diffidenza iniziale di chi pensa che ‘a Caltanissetta non si possa fare nulla di grande’. La tentazione di scoraggiarsi c’è stata, ma l’abbiamo superata con la testa dura che ci contraddistingue. Abbiamo risposto ai ‘no’ e ai ‘vedremo’ con la forza dei fatti, lavorando giorno e notte, limando ogni dettaglio. La determinazione fa crollare anche i muri più alti.

Marco Cammarata: Gli ostacoli logistici ed economici si superano solo se hai una visione chiara del futuro. Ogni intoppo è stato uno stimolo per trovare soluzioni alternative e creative. La verità è che non ci siamo mai sentiti soli: quando la città ha capito la genuinità e la portata del progetto, ha iniziato a spingere insieme a noi. Andare oltre l’ostacolo non è stato solo un dovere organizzativo, ma un imperativo morale nei confronti dei ragazzi che saliranno su quel palco.

Un aspetto che salta subito all’occhio è l’immenso coinvolgimento delle maestranze locali. Dai tecnici ai grafici, fino alla logistica: è tutto ‘Made in CL’. È stata una scelta ponderata?

Marco Cammarata: Assolutamente sì, una scelta imprescindibile. Caltanissetta è una fucina di professionisti straordinari che spesso lavorano nell’ombra o sono costretti a prestare la propria opera altrove. Dai tecnici del suono ai direttori di palco, dai professionisti della comunicazione agli artigiani: abbiamo attivato una filiera locale d’eccellenza. Il Qal’at Song Festival dimostra che non abbiamo bisogno di ‘importare’ competenze da fuori per fare un evento di livello nazionale. Le nostre maestranze non hanno nulla da invidiare a nessuno.

Andrea Castiglione: Questo è un punto cruciale. Valorizzare il territorio non significa solo fare folklore, significa dare lavoro, creare economia circolare e valore professionale. Vedere l’orgoglio negli occhi dei professionisti nisseni che stanno curando l’allestimento, l’audio, le luci e la sicurezza è la nostra vittoria più grande. Questo festival è la dimostrazione pratica che se facciamo squadra, il nostro territorio sa esprimere standard altissimi.

D: Questa è la prima edizione, ma dal vostro entusiasmo si percepisce che lo sguardo è già rivolto molto lontano. Come immaginate il futuro del Qal’at Song Festival?

Andrea Castiglione: Non abbiamo concepito questo festival come un evento isolato, un ‘mordi e fuggi’ estivo. Il nostro obiettivo è piantare un seme profondo. Vogliamo che questa prima edizione sia la pietra angolare di un appuntamento fisso, capace di crescere anno dopo anno, diventando un punto di riferimento nel panorama musicale siciliano e nazionale. Vogliamo che il festival diventi un’istituzione, un incubatore di talenti permanente.

Marco Cammarata: Il futuro si costruisce oggi, affrontando il presente a testa alta. Vogliamo che tra cinque o dieci anni si parli di Caltanissetta come della ‘città del Qal’at’, un luogo dove la musica e l’arte generano futuro concreto, turismo, cultura e riscatto sociale. Questo è solo il primo passo di un cammino lungo, solido e ambizioso. E noi non abbiamo nessuna intenzione di fermarci.

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