Dal tema delle vocazioni fino alla necessità di costruire comunità più vicine ai giovani e alle fragilità sociali. Nell’intervista rilasciata al quotidiano La Sicilia, il vescovo di Ragusa Monsignor Giuseppe La Placa affronta alcuni dei temi più attuali che riguardano il futuro della Chiesa e del territorio, soffermandosi sul valore della testimonianza cristiana, sul rapporto con le nuove generazioni e sulla necessità di una collaborazione concreta tra Chiesa, istituzioni e mondo produttivo.
Il presule parla anche della cosiddetta “piccola primavera vocazionale” vissuta dalla diocesi di Ragusa, sottolineando l’importanza di comunità vive e credibili capaci di accompagnare i giovani nel discernimento e nella ricerca di senso.
«La piccola primavera vocazionale ci aiuterà a migliorare la comunità»
Le parrocchie diventano “presidi umani” capaci di prossimità
Eccellenza, chi è Giuseppe La Placa e come descriverebbe il suo servizio oggi?
«Prima di ogni ruolo, sono un credente che cerca di testimoniare il Vangelo. Come vescovo, il mio compito è sostenere le parrocchie e i sacerdoti, rendendo la Chiesa una casa aperta. E ciò passa attraverso l’ascolto di comunità, famiglie e giovani. Il mio ministero si esprime nell’insegnare, guidare e santificare, restando attenti alle sfide del tempo. L’avvio del mio mandato è coinciso con il cammino sinodale, che mi ha convinto della necessità di riscoprire lo stile della comunione: le parrocchie non sono isole, ma parti di un unico corpo. Quello del vescovo non è un ruolo di potere, ma di servizio, sul modello di Gesù Buon Pastore».
Quando è nata la sua vocazione?
«È stato un cammino graduale. Nell’adolescenza, come ministrante, il servizio all’altare mi dava gioia, ma faceva sorgere una domanda interiore. Fu il mio parroco a intuire la strada, chiedendomi: “Ti piacerebbe entrare in seminario?”. La consapevolezza è maturata durante la formazione teologica: affrontare con serenità le fatiche dello studio e della vita comunitaria mi confermava che quella era la risposta a una chiamata superiore. Non ci sono stati segni straordinari, ma una luce cresciuta nel tempo grazie a volte e relazioni che mi hanno aiutato a leggere la mia vita alla luce del Vangelo».
Che ruolo ha avuto la famiglia nel supportare la sua scelta?
«È decisiva: è il luogo dove si viene educati alla libertà. Una vocazione cresce meglio in un ambiente che educa alla fiducia. Il contributo dei genitori non è scegliere al posto dei figli, ma accompagnarli con rispetto. I miei genitori hanno rispettato il mio percorso senza forzature, comprendendo che la mia decisione non era una “perdita”, ma una chiamata capace di portare frutto anche per loro. La vocazione, se accolta nella fede, diventa sorgente di pace per tutti».
Come si distingue una vocazione autentica?
«Un criterio fondamentale è la libertà interiore: una chiamata vera non nasce da pressioni o fughe, ma dal desiderio di donarsi. Il discernimento richiede formatori che accompagnino i giovani con prudenza, verificando la maturazione umana e spirituale. Anche la parrocchia è un luogo di verifica: nel servizio ai più bisognosi si impara a misurare la disponibilità al dono di sé. Il criterio decisivo rimane la configurazione a Cristo e un amore costante per il popolo di Dio».
C’è ancora posto. La domanda ha un senso e appartiene al cuore infinito dell’uomo
In una società così materialista, c’è ancora posto per la ricerca di Dio?
«Sì, perché la domanda di senso appartiene al cuore dell’uomo, che è un essere aperto all’infinito. La fede non si oppone alla ragione, ma la orienta. Il limite di certe correnti moderne è ridurre l’uomo alla sola materia, impoverendone la dignità. La sfida oggi è educativa: aiutare le persone a non perdere la capacità di sostare nel silenzio e di interrogarsi. La domanda di Dio non scompare; resta nascosta, ma riemerge davanti a testimoni credibili e comunità vive».
Com’è cambiata la sua vita con la nomina a vescovo?
«Dopo trentacinque anni vissuti in comunità sacerdotale, ho avuto responsabilità nuove: custodire l’unità della fede e accompagnare la diocesi nelle sue diverse dimensioni. Cambia la quotidianità: alla vita condivisa si affianca una responsabilità personale più ampia e talvolta solitaria nelle decisioni. Tuttavia, la comunione con i sacerdoti e la preghiera del popolo di Dio mi sostengono. Ciò che resta immutato è il senso del ministero: essere segno della cura di Cristo per il suo popolo».
Come si affronta la crisi vocazionale? Segnali di speranza a Ragusa?
«È una sfida seria che chiede di tornare all’essenziale: preghiera e qualità della testimonianza. A Ragusa viviamo una piccola “primavera vocazionale”: abbiamo 12 seminaristi e 4 giovani nel propedeutico. È un segno che il Signore continua a chiamare e che i giovani rispondono quando trovano comunità vive. Lo Spirito suscita inoltre molte altre vocazioni: vita consacrata, matrimonio e l’impegno dei laici. La crisi chiede conversione, ma i segni che vediamo ci invitano alla speranza».
Lavoro e povertà: come può la Chiesa essere un riferimento civile per il territorio?
«La Chiesa non può restare spettatrice. Le parrocchie devono essere “presidi umani”, capaci di prossimità verso i giovani senza lavoro, le famiglie in difficoltà e gli anziani. A Ragusa operiamo tramite la Caritas, ma dobbiamo rafforzare la rete con istituzioni e scuole. La missione è passare da una “pastorale dell’attesa” a una “pastorale dell’incontro”, uscendo verso le periferie esistenziali. Dobbiamo passare dal “campanile” al “campanello”, entrando nelle fatiche delle persone con umiltà. La fede è credibile solo se si traduce in solidarietà».
Il suo auspicio per una fertile collaborazione tra Chiesa e istituzioni?
«Il bene comune si costruisce solo insieme. Auspico una sinergia trasparente tra Chiesa, istituzioni e mondo produttivo. Rivolgo un appello agli imprenditori ragusani: l’impresa non crea solo economia, ma dignità. È necessario promuovere una cultura del lavoro dignitoso e della responsabilità sociale. La trasparenza genera fiducia e dove c’è fiducia nasce la vera carità, che non è assistenzialismo ma progetto di comunità».
Servono scelte strutturali da parte delle istituzioni per creare lavoro in aiuto ai giovani
Cosa dice ai giovani tentati di lasciare la Sicilia?
«Non banalizzo il loro desiderio di partire, ma li invito a “restare”: servono scelte strutturali delle istituzioni per creare lavoro e valorizzare le competenze. Senza questo, ogni appello è astratto. Scuola, impresa e Chiesa devono collaborare per aprire spazi di partecipazione reale. Una comunità cresce quando non è costretta a perdere i suoi giovani, ma offre loro motivi concreti per costruire qui il futuro».
Quale augurio alla comunità?
«Alla mia comunità diocesana rivolgo l’augurio di crescere sempre più nella fede vissuta, nella speranza che sostiene e nella carità che si fa concreta soprattutto verso le situazioni di povertà materiale e spirituale. Penso alle famiglie in difficoltà, alle persone segnate dalla precarietà del lavoro, agli anziani soli, ai malati e a quanti vivono condizioni di fragilità e di smarrimento. Auguro alle nostre comunità di essere luoghi accoglienti e fraterni, capaci di trasmettere il Vangelo con la vita quotidiana: nelle famiglie, nelle parrocchie, nei luoghi del lavoro e dell’impegno sociale. Che nessuno si senta solo o escluso, ma tutti possano trovare nella Chiesa una casa aperta e una presenza che sostiene. Auguro ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, ai laici e a tutte le persone di buona volontà di continuare a camminare insieme, ciascuno secondo la propria vocazione, nella consapevolezza che la Chiesa cresce quando si vive la comunione e si condivide la responsabilità della missione. Ai giovani auguro che possano sentire la vita come una chiamata buona, da accogliere con coraggio e libertà, senza paura di interrogarsi sul futuro e sul progetto che Dio ha su ciascuno di loro. Affido tutto questo al Signore, perché renda la nostra Chiesa sempre più segno vivo della sua presenza nel mondo».

Dalle parole di Monsignor Giuseppe La Placa emerge una visione di Chiesa profondamente legata al territorio e alle persone, chiamata non soltanto ad annunciare il Vangelo ma anche a farsi presenza concreta accanto alle fragilità sociali, ai giovani e alle famiglie. Un messaggio che invita a guardare con speranza al futuro, puntando su comunità vive, dialogo e corresponsabilità come strumenti per costruire una società più umana e solidale.

