Le tempeste e gli uragani a quali stiamo assistendo in questi anni hanno un analogo in 125.000 anni fa, quando onde gigantesche, suscitate dal riscaldamento e innalzamento dei mari, riuscirono a sollevare massi giganteschi ea modificare per sempre le coste della Sicilia. Uno studio internazionale coordinato dall’Università degli Studi di Bari, in collaborazione con importanti enti di ricerca nazionali e internazionali, ha ricostruito eventi meteomarini estremi avvenuti circa 125.000 anni fa lungo le coste della Sicilia sud-orientale.
I risultati, pubblicati sulla rivista scientifica Quaternary Science Reviews, offrono nuove prospettive per comprendere l’evoluzione ei rischi futuri delle aree costiere del Mediterraneo. Il lavoro, condotto dal Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali dell’Università di Bari insieme all’Università Ca’ Foscari di Venezia, all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), al Consiglio Nazionale delle Ricerche – Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (CNR-ISAC) e all’Università’ degli Emirati Arabi Uniti, si e’ concentrato su un sito costiero di eccezionale interesse situato nella Penisola della Maddalena, all’interno dell’Area Marina Protetta del Plemmirio (Siracusa).
Il sito si distingue per la presenza di enormi blocchi rocciosi, dal peso di diverse tonnellate, trasportati in passato da onde di altissima energia. Tali massi si trovano oggi su un versante molto acclive, a quote elevate ea notevole distanza dalla linea di costa attuale, configura che testimonianze condizioni meteomarine eccezionali. “Gli studi condotti dai ricercatori dell’Ingv, in collaborazione con altri enti di ricerca e Universita’, hanno permesso di evidenziare la presenza di depositi marini riferibili ad eventi estremi avvenuti circa 125.000 anni fa, in un contesto climatico differente da quello attuale”, spiega Giovanni Scardino, primo autore del lavoro e ricercatore Ingv, insieme ai ricercatori Ingv Tommaso Alberti e Marco Anzidei.
“Lo studio delle condizioni climatiche del passato integrato ai depositi geologici ci consente di stimare le possibili implicazioni future, in un contesto di riscaldamento globale dei mari e variazioni climatiche in atto. Questo contesto e’ estremamente raro nel Mediterraneo”, spiega il professore Giovanni Scicchitano, responsabile scientifico dello studio. “La combinazione tra la posizione dei blocchi, stato di conservazione e precisione dell’inquadramento cronologico – sottolinea – rende il Plemmirio uno dei migliori esempi disponibili per studiare eventi estremi del passato”.
A differenza di quanto avviene in ambienti oceanici ad alta energia, come i Caraibi o l’Atlantico settentrionale, dove depositi simili sono piu’ diffusi, il Mediterraneo offre pochissimi casi comparabili, rendendo questo sito particolarmente prezioso per la comunita’ scientifica. Grazie a un approccio integrato che combina rilievi geomorfologici ad alta risoluzione, ricostruzioni paleogeografiche e modellazione numerica idrodinamica e climatica, il team di ricerca ha ricostruito le condizioni responsabili del trasporto dei blocchi. Le simulazioni hanno dimostrato che tali depositi non sono attribuibili a tsunami recenti o storici di straordinaria intensita’. Piuttosto, essi risultano compatibili con tempeste estreme verificatesi durante l’ultimo interglaciale (Tirreniano), quando il clima globale era più’ caldo e il livello del mare più’ elevato rispetto a oggi.
In quel contesto ambientale, un mare più’ alto consente alle onde di superare più facilmente le scogliere, amplificando i processi di inondazione costiera e permettendo il trasporto di grandi blocchi verso l’entroterra. Uno degli aspetti piu’ innovativi dello studio riguarda la sua rilevanza per il presente e il futuro. Il Tirreniano rappresenta infatti un possibile analogo naturale delle condizioni climatiche verso cui il Mediterraneo si sta evolvendo.
“Le nostre simulazioni indicano che temperature marine più elevate e diverse condizioni atmosferiche possono generare tempeste e farmaci più intensi rispetto a quelli attuali – sottolinea Scicchitano – e questo ci aiuta a comprendere come il riscaldamento in atto possa influenzare gli eventi meteomarini nei prossimi decenni”. Le previsioni climatiche indicano infatti un ulteriore aumento della temperatura delle acque del Mediterraneo e un innalzamento del livello del mare entro la fine del secolo, condizioni che potrebbero amplificare i rischi lungo le spese. L’Area Marina Protetta del Plemmirio ha avuto un ruolo fondamentale durante le diverse campagne di rilievo condotte sul campo dal gruppo di ricerca, supportando attivamente le attivita’ operative. Questo contributo si inserisce nell’ambito di una collaborazione consolidata da anni con l’Università degli Studi di Bari, finalizzata allo studio degli eventi meteomarini estremi lungo le coste del Plemmirio.
“La tutela dell’ambiente marino deve includere anche la fascia costiera emersa, che conserva tracce fondamentali della storia naturale”, afferma Patrizia Maiorca, presidente dell’Area Marina Protetta del Plemmirio. “Questo studio – aggiunge – dimostra quanto sia importante integrare conservazione e conoscenza scientifica per comprendere i cambiamenti in atto e prepararsi alle sfide future”.

