Salute

Studenti con disabilità, è tempo di superare la distinzione tra diploma e attestato: una proposta di riforma del sistema di certificazione finale

Redazione 1

Studenti con disabilità, è tempo di superare la distinzione tra diploma e attestato: una proposta di riforma del sistema di certificazione finale

Ven, 24/07/2026 - 14:32

Condividi su:

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) segue con attenzione la vicenda della studentessa dell’I.I.S. “Pavoncelli” di Cerignola, alla quale, al termine dell’Esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione, è stato rilasciato un attestato di credito formativo in luogo del diploma, come riportato dagli organi di informazione e illustrato dai legali della famiglia.

Nel pieno rispetto dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, delle competenze dell’Amministrazione scolastica e delle eventuali valutazioni riservate all’autorità giudiziaria, il CNDDU ritiene opportuno limitare le proprie considerazioni ai profili di carattere generale che questa vicenda pone all’attenzione del dibattito pubblico.

L’attuale disciplina della valutazione degli studenti con disabilità nel secondo ciclo di istruzione trova il proprio fondamento nel decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 62, nel decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 66, come modificato dal decreto legislativo n. 96 del 2019, nonché nelle Ordinanze ministeriali che disciplinano annualmente lo svolgimento degli Esami di Stato.

Il sistema vigente collega il conseguimento del diploma o dell’attestato conclusivo al percorso definito nel Piano Educativo Individualizzato (PEI), alla tipologia di programmazione adottata e alle modalità di svolgimento delle prove d’esame, secondo un impianto normativo finalizzato a garantire la personalizzazione del percorso educativo e il rispetto delle caratteristiche di ciascuno studente.

Proprio perché il PEI rappresenta il principale strumento di progettazione educativa e didattica, esso deve essere elaborato e aggiornato nel rigoroso rispetto dei principi di collegialità, continuità didattica, corresponsabilità educativa, partecipazione informata della famiglia, trasparenza procedimentale e centralità del progetto di vita della persona, principi che costituiscono il fondamento dell’attuale modello di inclusione scolastica.

Sarà eventualmente compito delle autorità competenti verificare se tali principi abbiano trovato piena applicazione nel caso specifico, senza che ciò possa tradursi in giudizi sommari nei confronti dell’istituzione scolastica o delle professionalità coinvolte.

La vicenda, tuttavia, offre l’occasione per una riflessione che va ben oltre il singolo episodio.

Negli ultimi decenni il legislatore ha profondamente innovato il sistema dell’inclusione scolastica, superando progressivamente una concezione meramente assistenziale della disabilità e orientando l’azione educativa verso la valorizzazione delle capacità, dell’autodeterminazione, della personalizzazione dei percorsi e del progetto di vita. Tale evoluzione è stata ulteriormente rafforzata dall’adozione del modello bio-psico-sociale ispirato alla classificazione ICF dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’affermazione di una scuola sempre più orientata alla piena partecipazione di ogni studente.

In questo quadro appare legittimo interrogarsi se il sistema conclusivo di certificazione dei percorsi scolastici sia rimasto pienamente coerente con l’evoluzione della legislazione inclusiva.

È giunto il momento di domandarsi se sia ancora compatibile con una scuola realmente inclusiva mantenere, al termine del secondo ciclo di istruzione, una distinzione formale tra studenti che conseguono un diploma e studenti ai quali viene rilasciato un attestato.

La questione non riguarda l’abbassamento degli standard di apprendimento né la svalutazione del valore legale del diploma, che deve continuare a certificare il possesso delle competenze previste dall’ordinamento. Riguarda, piuttosto, la necessità di verificare se l’attuale modello di certificazione rappresenti ancora lo strumento più idoneo a dare piena attuazione ai principi di uguaglianza sostanziale sanciti dall’articolo 3 della Costituzione, al diritto all’istruzione garantito dall’articolo 34 e agli obblighi assunti dall’Italia con la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità.

L’attestato conclusivo, pur essendo pienamente previsto e disciplinato dalla normativa vigente, produce effetti giuridici differenti rispetto al diploma, incidendo sull’accesso ai percorsi universitari, alla formazione terziaria, ai concorsi pubblici e, più in generale, sulle opportunità di inserimento nel mondo del lavoro. È quindi legittimo interrogarsi se tale distinzione, concepita in un diverso contesto storico e normativo, sia ancora pienamente coerente con l’attuale paradigma dell’inclusione e con il principio di pari opportunità.

Il CNDDU ritiene che il dibattito debba spostarsi dalla contrapposizione tra diploma e attestato verso una riflessione più ampia sul sistema nazionale di certificazione delle competenze.

Una possibile prospettiva di riforma potrebbe consistere nell’introduzione di un titolo conclusivo unitario per tutti gli studenti che completano il percorso quinquennale, accompagnato da una certificazione nazionale delle competenze, dettagliata, trasparente e coerente con il Quadro Europeo delle Qualifiche (EQF), capace di descrivere con precisione il profilo culturale, professionale e personale effettivamente raggiunto da ciascuno studente.

Una simile soluzione consentirebbe di preservare il rigore della valutazione, il valore legale del titolo di studio e la certezza del sistema, eliminando al tempo stesso una distinzione formale che rischia di assumere una valenza stigmatizzante e di produrre effetti che si proiettano ben oltre il percorso scolastico.

La scuola italiana rappresenta da decenni un punto di riferimento internazionale per le politiche di inclusione. Oggi è chiamata a compiere un ulteriore passo in avanti: non modificare i criteri della valutazione, ma ripensare le modalità attraverso cui l’ordinamento riconosce il percorso conclusivo degli studenti, affinché il sistema continui a garantire rigore, trasparenza e affidabilità senza determinare differenziazioni che possano incidere sulle future opportunità di studio, di lavoro e di piena partecipazione alla vita sociale.

Le grandi riforme della scuola sono spesso nate dalla capacità di trasformare casi concreti in occasioni di miglioramento dell’intero sistema educativo.

Il CNDDU auspica che il dibattito aperto da questa vicenda possa tradursi in un confronto istituzionale e parlamentare capace di coniugare certezza del diritto, qualità della valutazione e piena tutela della dignità di ogni studente, nella consapevolezza che una scuola realmente inclusiva si misura anche dal valore giuridico e simbolico del titolo con cui accompagna ciascun giovane verso il proprio futuro.

banner italpress istituzionale banner italpress tv