Lo chiamavano Terence Hill, gli 80 anni di un’icona che non smetteremo mai di amare

1

Compie 80 anni il 29 marzo l’attore e regista che ha segnato, insieme a Bud Spencer, il cinema popolare italiano ed europeo

Ottant’anni e non sentirli. Iniziamo in maniera banale, ma di banale non c’è niente nella carriera e nella vita di Mario Girotti, alias Terence Hill, una delle più grandi star del cinema italiano di sempre. Un’affermazione altisonante, ma non per questo meno vera: da quando iniziò a recitare in una serie di fortunati spaghetti western alla fine degli anni ’60, fino al rinnovato successo nei panni di Don Matteo, Terence Hill non ha mai smesso di essere una figura centrale nell’immaginario collettivo italiano, un’icona della cultura popolare. Non solo nel nostro Paese, per la verità: anche nel resto d’Europa, Germania in particolare, i film realizzati in coppia con Bud Spencer sono celeberrimi.
Quando pensiamo a Terence Hill, le prime due cose a venirci in mente sono, probabilmente, l’abbuffata di fagioli all’inizio di Lo chiamavano Trinità (che lui giura di aver affrontato dopo un digiuno di trentasei ore) e lui in abito talare e in sella alla sua bici nella fiction che lo ha riportato in auge, Don Matteo. In mezzo a questi due estremi c’è tutto un ventaglio di esperienze, sia di vita che cinematografiche, che forse non tutti ricordano in dettaglio.
Ad esempio: vi stupirebbe sapere che la sua prima lingua è il tedesco? L’attore è infatti figlio di un padre italiano, il chimico Girolamo Girotti, e di una madre tedesca, Hildegard Thieme. A quattro anni si trasferisce con la famiglia in Sassonia e là cresce con i nonni materni durante la Seconda Guerra Mondiale. I Girotti tornano poi in Italia nel 1945 e si trasferiscono ad Amelia, città natale del padre di Hill. Dopo una piccola parte in Vacanze col gangster di Dino Risi, inizia la prima parte della sua carriera, fatta di commedie e musicarelli (tra cui Lazzarella e Cerasella). 

Nel 1963 c’è la prima svolta, quando Luchino Visconti lo scrittura nei panni del garibaldino conte Cavriaghi ne Il Gattopardo. Hill avrebbe poi citato quell’esperienza come momento fondante nella sua carriera: “È stato anche un incontro che mi ha fatto decidere di intraprendere definitivamente la carriera di attore, perché sino ad allora non ero ancora convinto che quella fosse la mia strada. Adesso capisco quanto fu importante quell’esperienza, perché partecipai alla realizzazione di un film che credo sia avvenuta raramente nella storia del cinema”.

Ma qui la storia di Girotti/Hill prende una piega poco nota. Anziché proseguire come caratterista nel cinema italiano, l’attore torna in Germania Ovest e diventa star dei primi western europei. Esatto: prima ancora degli spaghetti western, erano stati i tedeschi a “rubare” i cowboy agli americani. E uno di quei cowboy era proprio lui. Hill rimane tre anni in Germania Ovest e interpreta film come Giorni di fuoco, Operazione terzo uomo, Il magnifico emigrante e I Nibelunghi. Western, spionaggio, dramma, fantasy storico. Le fondamenta di una carriera che sarebbe esplosa subito dopo.
L’esplosione avviene al suo ritorno in Italia. È giunta l’epoca degli spaghetti western, degli innumerevoli emuli di Sergio Leone. Il suo fisico atletico (da ragazzo ha praticato la ginnastica artistica) è perfetto per l’avventura, e la notevole somiglianza con Franco Nero (star di Django) non guasta. Giuseppe Colizzi lo scrittura in Dio perdona… io no!, al posto di Peter Martell che si era rotto un piede. È allora che gli viene chiesto di scegliersi un nome d’arte (perché era prassi, nei western, cercare di sembrare americani). Ed è lì che la sua strada incrocia per la prima volta quella di Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer. I due recitano fianco a fianco anche nei sequel del film, I quattro dell’Ave Maria e La collina degli stivali. Ma la coppia d’oro del cinema popolare nasce realmente solo grazie a Enzo Barboni, alias E.B. Clucher, regista di Lo chiamavano Trinità.
In totale, Spencer e Hill sono comparsi in diciotto pellicole insieme, sedici delle quali in coppia. Un sodalizio leggendario, un successo che supera i confini dell’Italia per imporsi in Europa. Altrimenti ci arrabbiamo, uno dei loro film più celebri e amati, incassa 6 miliardi e 433 milioni di lire nella stagione 1973-74. Nello stesso periodo, lavora con Sergio Leone, produttore de Il mio nome è Nessuno, nel quale recita accanto all’icona Henry Fonda. Esordisce in USA con la commedia Mister Miliardo (un flop, per la verità). E, verso la fine dell’epoca d’oro Spencer-Hill, esordisce anche come regista con un nuovo capitolo della saga di Don Camillo (1984). Un film profetico, sotto molti aspetti.
Nel frattempo, Hill si è trasferito con la moglie americana Lori Zwicklbauer (conosciuta sul set di Dio perdona… io no!) negli Stati Uniti. Il sodalizio con Bud Spencer è giunto ormai al tramonto dopo quasi vent’anni: le ultime cartucce sono i divertenti Nati con la camicia e Non c’è due senza quattro, seguiti dal debole Miami Supercops. Nel 1987 tocca a E.B. Clucher chiudere un decennio e dire addio a un modo tutto italiano di fare cinema in America: il regista di Trinità dirige Hill in Renegade – Un osso troppo duro, road movie che ha un finale preso di peso da Trinità. E che ha una grossa particolarità: Hill recita accanto al figlio adottivo Ross.
Tre anni dopo, la tragedia. Ross muore in un incidente d’auto a sedici anni, sprofondando il padre in una depressione da cui si riprende solo lavorando. Nel 1991 dirige se stesso in Lucky Luke, adattamento dei fumetti del belga Morris. Il film fa da pilota a una serie TV di buon successo, che apre la strada a un ritorno della coppia Spencer-Hill per un’ultima avventura insieme, Botte di Natale, diretta sempre da Hill.
Si tratta dell’ultimo titolo di una certa rilevanza fino al ritorno televisivo nei panni di Don Matteo, nel 2000. Nei successivi quindici anni, Terence Hill appare in una manciata di film televisivi (e nel film Potenza virtuale di Antonio Margheriti), e ne dirige un paio. Ma la sua carriera sembra definitivamente tramontata. Il suo mito sopravvive, però. I suoi film fanno ancora ascolti record in TV, vengono tramandati di padre in figlio.
La televisione, che pareva l’ultimo chiodo nella bara di una illustre carriera, gli dà invece una seconda chance. Il resto è storia recente: Don Matteo gli cambia la vita fino a farlo tornare in Italia dagli Stati Uniti. L’attore si trasferisce a Gubbio e poi a Spoleto, luoghi in cui si gira la serie. Don Matteo può piacere o meno, potrà anche essere perculato da chi è cresciuto a base di sganassoni e fagioli, ma è indubbio che Terence Hill abbia intercettato ancora una volta lo zeitgeist con un personaggio memorabile. Per lui è anche la prima volta in cui recita con la sua voce in presa diretta: nei decenni precedenti, come da prassi nel cinema italiano, l’audio dei suoi film e telefilm era sempre stato realizzato in post-produzione e le sue battute doppiate da professionisti come Pino Locchi (anche doppiatore di Sean Connery) e Michele Gammino (voce di Harrison Ford).
Nel 2018, Hill chiude ancora una volta il cerchio, dirigendo se stesso ne Il mio nome è Thomas. Un film che già dal titolo non nasconde l’intenzione di raccontare Terence Hill, il suo mito, la sua eredità, includendo molti elementi che lo hanno reso immortale. Un road movie sulle tracce di Renegade e Trinità, un’elaborazione del lutto per la morte del figlio e un omaggio a un cinema italiano che non esiste più e mai più esisterà. Alla fine non manca una sincera dedica all’amico Bud Spencer, che non può non strappare una lacrima anche ai più cinici.
Siamo davvero al tramonto definitivo? È difficile dirlo, considerando anche che Don Matteo prosegue. Ma di certo Il mio nome è Thomas è un crepuscolo programmato, orchestrato con l’umiltà di una star che ha capito di aver fatto il suo tempo, che comprende i suoi limiti e ci sta dicendo di essere felice di potersi muovere con grazia all’interno di essi. Fossero tutti così, i miti della nostra infanzia. (Fonte film.it)

1 COMMENTO

Comments are closed.