Le elevate temperature estive e le ondate di calore che stanno investendo il Nord Italia rappresentano ormai una sfida strutturale per il comparto agroalimentare, mettendo a dura prova gli allevamenti della filiera del Parmigiano Reggiano. Con termometri vicini ai 40 gradi, lo stress termico insorge già attorno ai 25 gradi in base all’umidità: le bovine mangiano meno, riposano e ruminano meno, con una contrazione media della produzione di latte di circa il 10%. Ciononostante, la filiera dimostra nell’immediato una solida capacità di tenuta: con circa 4 milioni di forme prodotte all’anno e un fatturato al consumo che sfiora i 4 miliardi di euro – trainato da un export superiore al 50% – l’impatto a breve termine appare gestibile. Diversa è invece la prospettiva nel lungo periodo, dove la crescente frequenza di eventi meteorologici estremi rischia di compromettere gli equilibri economici per via del calo prolungato delle rese e dell’aumento dei costi di produzione. A tracciare il quadro è Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano: “la produzione non è attualmente a rischio, ma la crescente frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi legati al cambiamento climatico è motivo di preoccupazione per tutta la nostra filiera. Nel lungo periodo queste condizioni potrebbero avere conseguenze economiche, sia attraverso minori rese in latte nei periodi di caldo estremo, sia attraverso maggiori costi di produzione, incluso potenzialmente il costo dei foraggi”. Come spiegato a Politico.eu da Giovanni Buonaiuto, veterinario del Consorzio, l’impatto varia a seconda delle strutture. In certe realtà la flessione è più severa: Federica Dall’Aglio, allevatrice della pianura parmense con circa 400 capi, registra cali di cinque-sei chili di latte al giorno per vacca (pari a circa il 20%), nonostante l’utilizzo di ventilatori e sistemi di irrigazione. Per contrastare l’emergenza, oltre la metà degli allevamenti – responsabili del 70% del latte complessivo – si è dotata di sistemi avanzati contro il caldo. Il restante 30% della materia prima proviene perlopiù da stalle collinari e montane, favorite da temperature più miti. L’adattamento comporta tuttavia un forte aggravio economico. Come evidenziato da Luca Cotti, allevatore e presidente di Coldiretti Emilia-Romagna, nelle fasi di caldo estremo i consumi elettrici delle stalle possono raddoppiare o triplicare. A ciò si somma la siccità: per garantire il foraggio necessario agli animali aumenta il ricorso all’irrigazione e, quando l’acqua dei fiumi non basta, al pompaggio dalle falde. Nonostante le pressioni sulle stalle, la disponibilità del prodotto sul mercato rimane garantita. La produzione è infatti governata dal Piano Regolazione Offerta, che fissa un tetto di crescita annua tra il 2,5% e il 3%: eventuali flessioni estive vengono compensate nei mesi successivi, prevenendo qualsiasi rischio di carenza di prodotto. Inoltre, la particolare dinamica temporale della Dop protegge i consumatori da ripercussioni immediate sui listini: l’aumento dei costi di gestione e alimentazione sostenuto dagli allevatori in estate non incide sui prezzi al dettaglio, poiché la commercializzazione avviene dopo un lungo ciclo di stagionatura e le quotazioni della produzione attuale verranno definite soltanto tra 24 mesi.
di Redazione 3
Lun, 17/08/2026 - 12:12

