Caltanissetta, mafia: attesa per sentenza “Borsellino quater”, il più grande depistaggio della storia

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La “ricerca della verità” sulle stragi mafiose del 1992 “non si è mai fermata”, nonostante siano trascorsi 27 anni. Perché gli italiani, “anche quelli nati dopo il 1992” hanno “tutto il diritto di avere risposte su quanto accadde quella domenica”, del 19 luglio 1992 in cui furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. E “lo sviluppo delle indagini sta via via delineando altre strade che, se doverosamente riscontrate, possono far individuare altri soggetti”, anche esterni a Cosa nostra. Era iniziata con queste parole, lo scorso 17 settembre, la requisitoria fiume di Lia Sava, il Procuratore generale di Caltanissetta al processo d’appello del cosiddetto ‘Borsellino quater’. L’ennesimo processo sulla strage di via D’Amelio che vede alla sbarra i boss palermitani Salvatore Madonia e Vittorio Tutino e i tre falsi pentiti Calogero Pulci, Francesco Andriotta e Vincenzo Scarantino. In primo grado Madonia e Tutino vennero condannati all’ergastolo, mentre Andriotta e Pulci a dieci anni di reclusione per calunnia. Reato prescritto per l’ex pentito Scarantino. Alla fine della requisitoria, l’accusa ha chiesto la conferma delle pene di primo grado per tutti gli imputati. Per i giudici di primo grado si trattò di ”uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”, come scrisse il Presidente della Corte d’assise, Antonio Balsamo, nelle motivazioni lunghe 1.856 pagine, dodici capitoli, un lavoro minuzioso di ricostruzione che ha rappresentato una tappa fondamentale nel difficile percorso di ricerca della verità. Adesso la Procura generale ribadiscono che “i congiunti di tutti gli uomini della scorta”, i “servitori dello Stato che sono stati trucidati in via D’Amelio” hanno il “diritto di sapere e di comprendere fino in fondo, come e perché si giunse alla stagione delle stragi, anche al fine di cercare di lenire un dolore mai sopito, ma che addirittura si amplifica di fronte agli assordanti silenzi sia all’interno di Cosa nostra che all’interno di altri e più differenti contesti”. E aveva aggiunto: “I magistrati devono continuare a raccogliere prove certe di responsabilità penali che consentano di addivenire a sentenze definitive di condanna per tutti coloro, anche in ipotesi, esterni a Cosa nostra, che possono avere concorso, a qualunque titolo, e per qualsivoglia scopo, alla realizzazione della strage di via D’Amelio e che, successivamente ai tragici eventi, possono avere mosso i fili, in maniera da determinare il colossale depistaggio delle relative indagini”.

Anche il processo sulla trattativa tra Stato e mafia, giunto in appello a Palermo, e che lunedì scorso ha visto sedersi sul pretorio l’ex premier Silvio Berlusconi, che si è avvalso della facoltà di non rispondere, entra nel processo d’appello del Borsellino quater. “A parere di questo ufficio, ed in attesa dell’esito definitivo del processo ‘trattativa’, se sarà provato in maniera inconfutabile che l’accelerazione dell’uccisione del giudice Paolo Borsellino è stata determinata anche dalla sua opposizione ad accordi fra elementi deviati dello Stato e Cosa nostra, avremo, quale conseguenza immediata e diretta, altri elementi utili ed importanti al fine di comporre lo scenario di quella tragica stagione stragista. Da un lato la cosiddetta trattativa e le concomitanti singolari vicende relative al rapporto mafia-appalti, possono aver contribuito, anche senza interferenze fra loro, ad indurre Salvatore Riina alla più rapida eliminazione di Borsellino”. Tocca , dunque ai giudici della Corte d’assise d’appello di Caltanissetta, l’arduo compito di acquisire, a distanza di numerosi anni, “ulteriori elementi per la ricostruzione completa della dinamica della strage di via d’Amelio”, che “presenta ancora oggi diversi punti drammaticamente irrisolti”, come ha sempre detto l’accusa. “I cittadini, anche i più giovani, quelli che nel 1992 non erano nemmeno nati” hanno “il diritto di interrogarsi e di discutere, in ogni sede, in ordine a quel tragico capitolo della nostra storia, chiedendo a gran voce risposte chiare e e coerenti”, ha sempre ripetuto il pg Lia Sava. “L’Italia, dunque, ha estremo bisogno di conoscere ogni frammento del contesto, delle causali, degli autori delle stragi e ciò non solo al fine di meglio comprendere cosa accadde davvero in quegli anni, allorché venne sferrato il più violento degli attacchi alla nostra democrazia”. E domani, con la nuova sentenza d’appello, si arriverà a un altro punto fermo, in attesa della decisione della Corte di Cassazione.

L’ex pentito Scarantino è stato ascoltato durante il processo per diverse ore. Una deposizione fiume, con molti ‘non ricordo’ alternati a dichiarazioni lunghissime. Tranne quando si trattava di rispondere alle domande sui magistrati che coordinarono l’inchiesta sulla strage di via D’Amelio. E davanti all’insistenza del difensore di uno dei tre imputati era sbottato: “Avvocato, mi avvalgo della facoltà di non rispondere sulle domande dei magistrati. Punto e basta!”. E lo ha ripetuto per almeno tre volte. “Io ero un collaboratore e non un pentito. Il pentito si pente delle cose. Loro (gli inquirenti ndr) attraverso me volevano che nascessero altri pentiti. Per me queste torture sono state insopportabili”, aveva detto quasi con dispetto. E aveva parlato anche degli imputati accusati ingiustamente, scarcerati dopo 18 anni: “Queste persone hanno avuto la forza di sopportare queste torture, e oggi hanno avuto giustizia…”. Solo dopo 18 anni di carcere sono stati scagionati. Si tratta di Cosimo Vernengo, Giuseppe La Mattina, Gaetano Murana, Gaetano Scotto e Natale Gambino, che sono parte offesa nel processo sul depistaggio. Gli ex imputati chiedono un risarcimento di un milione di euro ciascuno. Nelle motivazioni della sentenza dell’ultimo processo sulla strage di via d’Amelio i giudici parlarono del “depistaggio più grave della storia repubblicana”. Scarantino aveva ribadito il motivo per il quale nel 1994 decise di collaborare con gli inquirenti: “A causa del terrorismo psicologico che subivo in carcere a Pianosa. Tutto il terrorismo che mi hanno fatto, non solo mentale ma anche fisico. E’ stato un cumulo di tante cose”. Negli anni successivi Scarantino, poi condannato per calunnia, ha ritrattato diverse volte le sue accuse. E anche in aula aveva ripetuto ancora molti “non ricordo”. Durante una delle primissime udienze, venne in aula anche Fiammetta BORSELLINO, la figlia minore del giudice Paolo. Durante una pausa, aveva avvicinato due dei tre poliziotti, scambiando qualche parola con loro. “Ho chiesto di dare un contributo di onestà – aveva poi spiegato- considerata l’evidenza delle loro posizioni e che sono stati sicuramente dei protagonisti fondamentali di questa amara vicenda. In questa storia ognuno di noi c’è dentro fino al collo e quindi l’auspicio è poter dare un contributo di onestà per spiegare veramente cosa è successo, quale era il clima, da chi probabilmente hanno ricevuto gli ordini”.

 La figlia Fiammetta, ‘esprimo solidarietà alla procura che vuole sciogliere nodo su mancata verità’ (Adnkronos) – “Provo solo tanta tristezza nel vedere uomini dello Stato sfiorati dal solo sospetto di aver depistato le indagini sulla strage di via d’Amelio. Lo Stato in questa udienza non si è costituito parte civile. Questo mi amareggia molto. Sicuramente questa assenza non è un segnale che si può leggere positivamente. Sarebbe interessante chiedere al presidente del Consiglio, ai vertici dello Stato, il perché di questa assenza. Esprimo solidarietà – aveva detto ancora Fiammetta BORSELLINO – nei confronti di una procura che si sta impegnando a sciogliere un nodo enorme sulla mancata verità di via d’Amelio, un nodo compromesso dall’attività depistatoria. Questa Procura con enormi difficoltà sta cercando di fare luce anche su procure precedenti. Questi poliziotti non hanno agito da soli, ma sotto la direzione, il controllo e la supervisione di magistrati e di pubblici ministeri. Ho fiducia nel percorso intrapreso. Sono cosciente che dopo tanti anni raggiungere una verità, è veramente difficile ma sono convinta nel valore del percorso che può portare dei barlumi di luce”. Nelle prossime udienze saranno ascoltati altri poliziotti che condussero le indagini nel gruppo ‘Falcone e BORSELLINO’ e subito dopo toccherà anche ad alcuni pm. (di Elvira Terranova, adnkronos)

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