ALCAMO – Un vero e proprio “comitato d’affari” gestiva Alcamo, grosso centro del Trapanese, esercitando la sua influenza sulle scelte politiche e amministrative del Comune,soprattutto nell’assegnazione degli appalti pubblici, ma anche sul tessuto economico. Un “condizionamento tentacolare”, estesosi su un altro “fondamentale centro del potere locale”, rappresentato “dalla Banca di Credito Cooperativo Don Rizzo”. Sono le conclusioni delle indagini della Guardia di finanza di di Trapani, culminata nell’operazione “Dirty affairs”, coordinata dalla procura di Trapani con l’esecuzione di quattro provvedimenti di custodia cautelare, due agli arresti domiciliari, e un divieto di esercizio di attivita’ professionale, nonche’ il sequestro di beni e disponibilita’ finanziarie. In carcere e’ finito l’imprenditore edile Pasquale Perricone, 61 anni, ex vice sindaco di Alcamo, indicato tra i personaggi di spicco di questo “comitato d’affari”, indicato in passato da alcuni collaboratori di giustizia come contiguo alla locale famiglia mafiosa dei Melodia. Complessivamente sono 32 le persone coinvolte nelle indagini per reati che vanno dall’associazione per delinquere, alla corruzione aggravata, bancarotta fraudolenta, abuso d’ufficio, intestazione fittizia di beni fino alla truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche.
Il provvedimento rappresenta la conclusione di una lunga indagine del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Trapani e dalla Tenenza di Alcamo, scaturita dal fallimento di una societa’ (la Nettuno soc. consortile arl) incaricata dei lavori di riqualificazione del porto di Castellammare del Golfo. Gli accertamenti hanno subito svelato la natura fraudolenta di quella bancarotta che ha provocato una distrazione di somme per circa 4 milioni di euro e successivamente hanno fatto luce sulla figura di Perricone quale amministratore occulto della societa’ fallita, cosi’ come anche della “Cea Soc. Coop.”, societa’ aggiudicataria dell’appalto, unitamente alla Co.ve.co Srl (societa’ gia’ nota per la vicenda del Mose di Venezia). Perricone si e’ posto, spiegano i finanzieri, “quale regista di quella scellerata operazione imprenditoriale”, voluta e pianificata sin dall’inizio con il preciso scopo di appropriarsi e disperdere in mille rivoli non tracciabili le ingenti risorse di denaro pubblico affluite nelle casse della “c.e.a. Soc. coop” e destinate alla realizzazione dell’opera pubblica. Le indagini hanno inoltre fornito uno spaccato criminale particolarmente allarmante che ha disvelato non solo le logiche ed i soggetti che in concreto hanno organizzato e pilotato l’affare dei lavori nel porto di Castellammare del Golfo ma anche l’esistenza di “un gruppo ristretto di persone che nel settore imprenditoriale ha operato e opera in modo spregiudicato, nel tentativo di accaparrarsi appalti e finanziamenti comunitari”. Quel “comitato di affari” “suscettibile di influire prepotentemente sulla gestione politica ed amministrativa del Comune di Alcamo (soprattutto nella assegnazione degli appalti pubblici)” e che, come effetto della sua capacita’ di penetrazione nel tessuto socio economico di quella collettivita’, ha esteso il suo condizionamento proprio sulla banca Don Rizzo, “determinandone nel 2014 le nomine del cda e influenzandone le scelte”. Tra i reati contestati a Perricone anche quello di avere lucrato sui fondi stanziati per la formazione professionale mediante la creazione di una rete di societa’ intestate a prestanomi, responsabili di avere simulato l’organizzazione di numerosi corsi fantasma per intercettare finanziamenti pubblici e allo stesso tempo assegnare posti di lavoro in cambio di favori, riuscendo a corrompere un funzionario del Centro per l’Impiego di Alcamo, Emanuele Asta, anche lui condotto in carcere (insieme a Girolama Perricone, 50 anni; ai domiciliari Francesca Cruciata, 59 anni e Mario Giardina, 52 anni), in cambio della disponibilita’ di quest’ultimo ad attestare falsamente la regolarita’ dei corsi, preannunciando le ispezioni.
C’e’ anche un corso di formazione chiamato “Cultura della legalita'” tra quelli ‘fantasma’ organizzati dal gruppo che aveva costituito una sorta di comitato d’affari, capace di influnzare le scelte del Comune di di Alcamo, di gestire appalti, come quello del rifacimento del porto di Castellammare del Golfo, e di intercettare i fondi regionali e comunitari. Lo ha detto il procuratore aggiunto di Trapani Ambrogio Cartosio, commentando i risultati dell’operazione condotta dal Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Trapani. Tra le accuse contestate, l’associazione a delinquere finalizzata alla truffa e all’appropriazione di contributi indebiti nel settore edile e nei corsi di formazione professionale. A capo di questo “comitato d’affari”, ci sarebbe stato Pasquale Perricone, imprenditore, ex vicesindaco di Alcamo, che adesso si ritrova al carcere San Giuliano di Trapani. Con lui sono finiti in cella Girolama Maria Perricone, Marianna Cottone ed Emanuele Asta. Francesca Cruciata e Mario Giardina (individuati come presunti prestanome) sono stati sottoposti ai domiciliari. L’inchiesta e’ stata coordinata dal Procuratore capo Marello Viola e condotta dal procuratore aggiunto Ambrogio Cartosio e dai sostituti Rossanna Penna e Marco Verzera. In totale sono indagate 32 persone. “Dietro una serie di reati, apparentemente slegati – ha detto Viola – abbiamo notato dei collegamenti l’esistenza di un organizzazione dal rilievo particolarmente pesante: episodi di corruzione, bancarotta fraudolenta e truffe. Sullo sfondo di questo contesto, abbiamo individuato un vero e proprio comitato d’affari composto da soggetti che potevano influenzare la vita pubblica e politica del territorio di Alcamo”. “Spesso – continua Cartosio – i corsi di formazione non avevano neppure una minima parvenza di legalita'”. In totale sono quattro le societa’ coinvolte, tutte dedite all’organizzazione di corsi fasulli. “Basti pensare – aggiunge il comandante Michele Ciarla, del settore polizia tributaria – che in alcuni casi l’amministratore che organizzava i corsi, era poi il docente ed anche l’alunno del corso. Un meccanismo paradossale che secondo noi e’ un sintomo di sicurezza del sodalizio”. Il comitato d’affari avrebbe corrotto anche Emanuele Asta, responsabile del Centro per l’impiego, che in cambio della “falsa attestazione di regolarita’ dei corsi” avrebbe ottenuto l’assunzione di alcuni soggetti nelle cooperative.

