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Storia e Cultura. 1944: la strage di Villalba è l’inizio della lotta di massa alla mafia

Michele Spena

Storia e Cultura. 1944: la strage di Villalba è l’inizio della lotta di massa alla mafia

Mar, 16/09/2014 - 21:15

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imageCALTANISSETTA – Villalba, 16 settembre 1944.  E’  il giorno della sfida. Sulla piazza del paese, da una parte “don Calò” Vizzini, circondato dai suoi “picciotti”, un grappolo di coppole nere, e dall’altra, su un piccolo palco di legno, Girolamo Li Causi parla ai contadini, delle nuove leggi sul latifondo e delle terre incolte da distribuire.

Il boss alza il bastone e grida “Non è vero!”, e scatena un inferno di revolverate e bombe a mano che lasciano sul terreno 18 feriti e l’on. Li Causi colpito ad un ginocchio.

Il 1944 è “l’anno uno” della Sicilia liberata dagli alleati che, con il boogie-woogie e le sigarette, hanno portato al potere sindaci come Calogero Vizzini a Villalba e Genco Russo a Mussomeli, facendo della mafia la “fiduciaria” ufficiosa  di una gestione pubblica di conservazione sociale.

Villalba era il centro della Sicilia feudale, ed il suo territorio coincideva con quello di un feudo grande e antichissimo, di cui si parlava già in due documenti normanni del 1175, e che rappresentava da secoli il simbolo del potere e la speranza del lavoro per contadini angariati dai gabellotti mafiosi che lo controllavano per conto dei principi di Trabia.

E Villalba, nel 1944, era la capitale della vecchia mafia del feudo, patria, regno e tabernacolo del suo capo riconosciuto in tutta la Sicilia e accreditato in America: Calogero Vizzini.

E’ proprio questo il segno della sfida di Li Causi, segretario regionale del Partito Comunista, tornato in Sicilia dopo le persecuzioni e il carcere fascista: andare a Villalba per parlare ai contadini del meccanismo del potere mafioso del latifondo e del programma di lotta per la concessione delle terre alle cooperative (i decreti Gullo/Segni sulla distribuzione delle terre incolte ai contadini saranno approvati un mese dopo), significava ribellarsi apertamente alla presenza della mafia come potere occulto in grado di condizionare la vita sociale e la lotta politica.

Significava smascherare l’equivoco del separatismo come facciata ribellista del disegno di difesa armata del vecchio potere feudale, nella cui sopravvivenza la mafia riconosceva il proprio interesse.

Calogero Vizzini detto "don Calò"

Calogero Vizzini detto “don Calò”

Don Calò era il boss della mafia, grande gabellotto e capo dei separatisti nisseni, fatto sindaco di Villalba dagli americani e vertice, insieme a Vito Genovese a Napoli, della più grossa rete di contrabbando di generi alimentari del dopoguerra.

Era la mafia vecchia e nuova, che riemergeva indistruttibile e agguerrita dopo la sordina voluta dal fascismo, forte di nuovi legami internazionali, con gli artigli saldamente piantati nel corpo del potere economico e della società.

Girolamo Li Causi, il leader dei comunisti siciliani, che con gli spari di Villalba entrò nella leggenda dell’epopea contadina del dopoguerra, e portò la Sicilia e i suoi problemi all’attenzione di tutta l’Italia, era il dirigente politico che più sapeva parlare alla gente, compreso e amato come nessun altro mai, dai contadini come dai giovani intellettuali.

Era un leader naturale di quella Sicilia che si dibatteva alla ricerca di una strada di progresso dopo secoli di sottosviluppo.

Andando a Villalba a sfidare la mafia (don Calò aveva fatto sapere che non si poteva parlare nel comizio del feudo Miccichè e aveva “consigliato” ai villalbesi di non uscire di casa) Li Causi fu il primo dei politici italiani, dopo l’equivoco di Vittorio Emanuele Orlando, a dire chiaramente che la mafia non aveva niente di “popolare” che potesse confondersi con le aspirazioni di giustizia dei siciliani, ma era uno strumento di oppressione nelle mani delle classi dominanti.

La Piazza di Villalba

La Piazza di Villalba

Su quella piazza, Li Causi e don Calò erano i capi carismatici di due mondi siciliani inconciliabili e nemici: non soltanto simboli fisici, ma rappresentanti reali dello scontro di forze e culture, sintesi ognuno di tutta una parte della storia siciliana di 70 anni fa: la mafia sparava perché con la democrazia non riusciva più a dominare incontrastata e doveva lottare se voleva sopravvivere, il movimento contadino accettava la sfida e scriveva a Villalba la sua prima pagina di grandezza nella storia dell’Italia democratica ma non ancora libera dai poteri occulti e dalla violenza della sopraffazione.

Oggi al posto dei feudi ci sono i miliardi degli appalti pubblici e della droga, al posto dei gabellotti con la lupara a tracolla i manager del potere burocratico e finanziario, al posto dei contadini senza terra e degli zolfatai la Sicilia onesta che contrasta la “piovra” come sistema e come cultura (ma non con minori difficoltà rispetto a 70 anni fa).

Settanta anni dopo sono tutti sulla piazza di Villalba, mito e metafora della Sicilia di ieri, dove, oggi, chi spara non è più un capo, dove chi parla per dare voce a chi non ha voce, non è più solo. Ma non ha ancora vinto.

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