(Adnkronos) –
New York, Manhattan, anni '90. Davanti alla Rockefeller University, in un Upper East Side in pieno fermento, Anna Maria Musti incrocia il suo sguardo con quello di un giovane ricercatore, stretto nella sua giacca di pelle, e resta folgorata. "Lo vedo da lontano. Aveva un'aria affascinante – sorride – Così chiedo all'amica che era con me: 'Sharon, ma chi è quello?'". Il destino fa giri strani e, pur vivendo in una metropoli come la Grande Mela, Anna quel ragazzo lo incontrerà di nuovo, un anno dopo. "Era il compagno di stanza di un amico comune – ricorda – Io stavo alla Columbia University ai tempi e stavo conducendo i miei studi sul canale dello iodio. Una sera andammo a vedere un concerto in una chiesa sconsacrata, poi ci ritrovammo a mangiare insieme e lì ci conoscemmo". Gli incontri si fanno più frequenti, fra un party e l'altro. "Lui scoprì di cosa mi occupavo e mi sommerse di domande. Quasi non capivo se gli interessavo io o quello che facevo. Poi ci siamo messi insieme". Sono passati oltre 30 anni da allora. Anna, 72 anni, e Georg Nagel, 73, sono innamorati come allora. All'epoca lei, giovane biologa di Napoli in ascesa, certo non poteva immaginare che il suo compagno di vita nel 2026 avrebbe vinto un premio Nobel per la Medicina, insieme ai colleghi Peter Hegemann e Karl Deisseroth. Ma ci ha creduto ben prima di lui che la chiamata da Stoccolma sarebbe arrivata, assicura all'Adnkronos Salute. Da quando, una decina d'anni fa, gli scienziati 'pionieri' dell'optogenetica (che con l'aiuto della luce ha fornito un interruttore per 'illuminare' i segreti più intimi del cervello, cioè come le cellule nervose modellano ricordi, sentimenti e comportamenti) erano stati invitati a tenere ognuno un seminario. Poi erano arrivati anche diversi premi prestigiosi. Insomma, era chiaro che l'argomento veniva tenuto d'occhio. "Ma mio marito non è una persona molto mediatica, è una persona discreta e semplice, e ha sempre ripetuto: 'Non lo daranno mai a me'. Ogni volta io replicavo: 'Vedrai che il Nobel Prize verrà dato a chi ha lavorato all'idea iniziale, non solo a chi l'ha sviluppata'. Avevo ragione io", sorride. Il resto è storia: reduci dalla festa dei 30 anni della figlia Nina, il 5 ottobre Nagel e Anna se ne stanno seduti sul terrazzo vista ulivi nella casa di famiglia della nipote di Anna a Tora e Piccilli, piccolo comune nel Casertano. Una casa del cuore per loro, la casa della prima sorella di Anna e del cognato, che non ci sono più, teatro di momenti cruciali per la loro famiglia (lì hanno festeggiato dopo il matrimonio celebrato in solitaria in un'isola della Danimarca nel 1996 e la nascita della figlia). Georg incredulo fino alla fine, anche quando a poche ore dall'annuncio viene avvisato dal laboratorio di Würzburg che lo cercano da Stoccolma. Poi l'esplosione di gioia quando realizzano che è tutto vero. "Io, mia nipote e Georg eravamo tutti e tre fuori di testa, ci siamo abbracciati. Mi è scoppiato il cuore". Anni di fatiche premiati. Anna li ha vissuti tutti, anche da scienziata. Geni e neuroni sono il suo 'pane'. Uno degli studi della svolta, quello pubblicato nel giugno 2022 su 'Science' ('Canal-rodopsina1: un canale protonico attivato dalla luce nelle alghe verdi'), porta anche la sua firma. Il primo nome è quello di Nagel, allora in forze al Max Plank Institute di Francoforte, l'ultimo (autore senior) è di Hegemann. Avere uno strumento per mappare il cervello "significa avanzamento della conoscenza", evidenzia Anna, ricordando anche la prima applicazione clinica sulle persone cieche. Servono anni di studio, fatti anche di frustrazioni e vicoli ciechi, e una vita da 'globetrotter' per far progredire la scienza. Anna e Georg hanno vissuto così. Dopo New York lui rientra in Germania e lei in Italia, a Napoli. Anna ha già alle spalle 3 anni ai National Institutes of Health negli Usa, l'esperienza alla Columbia University, le ricerche col Cnr in Italia, a cui segue un periodo all'Embl di Heidelberg ("un periodo bellissimo, in un Dipartimento da sogno dove il direttore aveva creato anche un asilo per i figli delle scienziate e dove a quasi 41 anni ho potuto essere mamma senza sensi di colpa"), poi una lunga carriera da professoressa all'università della Calabria intervallata da periodi di ricerche in Germania. Il percorso di Georg è fuori dagli schemi, non certo ordinario. Da bambino aveva passato lunghi periodi in ospedale per un'infezione al midollo osseo che è riuscito a sconfiggere definitivamente solo a 27 anni. La passione per la scienza lo accompagnava fin da allora, complici i kit scientifici didattici che i genitori gli regalavano ogni Natale. Dopo la laurea però, Georg decide di non proseguire col dottorato e va ad insegnare in una high school privata svizzera. Nel centro di Costanza (dove ha fatto l'università) dà vita insieme ad altri al Café Chaos, locale alternativo e punto di ritrovo culturale e politico negli anni '80, frequentato anche dai movimenti femministi di allora. Poi viene invitato dal suo professore, Ernst Bamberg, a trasferirsi con lui a Francoforte e accetta, tornando agli studi in laboratorio che getteranno le basi dell'optogenetica. In mezzo anche un postdoc a Yale e le ricerche alla Rockefeller University, al Max Plank l'incontro fortunato con Peter Hegemann. Il destino, però, non ha voluto che lavorasse a Napoli. "Nel 2002-2003 c'era la tentazione di rimanere", ripercorre Anna, "abbiamo provato, ma per Georg non c'è stata via per riuscirci, non ha trovato un'opportunità". E' stato invece più facile il contrario: per Anna trovare occasioni per dei progetti in Germania. A Würzburg l'approdo finale per Nagel. "L'hanno subito capito e apprezzato, era già un'eccellenza allora. E oggi continua ad essere professore emerito". Ma Napoli è nel suo cuore. E soprattutto in inverno passano parecchio tempo nel capoluogo partenopeo. Lei super tifosa del Napoli ha il suo club ristretto dove 'soffre' per la sua squadra del cuore con 4 cari amici. "Georg non viene, teme che se perde poi… – scherza – ma anche a lui piace guardare le partite". La connessione c'è anche in questo. "Abbiamo un anno di differenza, stessi ideali, gioventù vissuta nello stesso periodo. Lui ha messo ordine nella mia vita e io nella sua. Io davvero ero scombinata, non cucinavo, mangiavo sempre fuori. Lui era il contrario: cucinava, era sempre sistemato. Mi ha sempre molto affascinata questa diversità". Anche se di follie ne annovera anche Georg nel suo 'curriculum'. Per esempio la passione per il deltaplano. "Ha un sacco di ferite, pensavo fossero per la malattia della sua infanzia. E invece no, è caduto dal deltaplano. Mentre rientravamo in Italia per festeggiare il terzo scudetto del Napoli, ci siamo anche tornati in quel posto dove ha avuto l'incidente". Il futuro? Per Nagel c'è ancora voglia di lasciare un segno. "Ha deciso che vuole scrivere e applicare per un nuovo grant, in un'area diversa dall'optogenetica".
—salute/medicinawebinfo@adnkronos.com (Web Info)
“Il mio compagno geniale”, Anna e la vita col Nobel Nagel (che avrebbe potuto lavorare in Italia). A 73 anni un nuovo progetto
Gio, 08/10/2026 - 19:05
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