Salute

Combattimenti clandestini tra pitbull a Parma, 12 indagati e salvati 24 cani

Redazione 3

Combattimenti clandestini tra pitbull a Parma, 12 indagati e salvati 24 cani

Lun, 19/10/2026 - 12:10

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Cani meticolosamente preparati all’inferno dell’arena, con tapis roulant per rinforzare i muscoli fin da cuccioli, catene d’acciaio pesantissime e collari zavorrati da chili di piombo. E poi, negli armadietti, fiale di steroidi affiancate da calendari dove registrare ogni dose di doping, prima dell’ingresso in ring “regolamentari” realizzati con assi di legno e moquette sintetica per non far scivolare le zampe. Sono i dettagli emersi dall’imponente blitz scattato il 15 ottobre scorso e coordinato dalla Procura di Parma, che ha smantellato un’organizzazione transnazionale di combattimenti clandestini tra pitbull. Un’operazione che ha visto impegnato un imponente dispositivo di forze dei Carabinieri: dal Nucleo investigativo di Polizia ambientale e forestale (Nipaaf) di Parma al reparto specializzato nei reati in danno agli animali dei Carabinieri (Soarda), affiancati dai militari del Centro anticrimine natura di Catania, dal Nucleo Cites (per le specie protette) di Venezia e dai Nipaaf di Bergamo, Pavia, Pisa, Grosseto e Rieti, sostenuti dai comandi dell’Arma territoriali. L’esecuzione dei decreti di perquisizione e sequestro ha portato al salvataggio di 24 pitbull, sottratti a un circuito di violenza. I cani, allevati in condizioni abbiette, venivano trasformati in vere e proprie macchine da combattimento destinate a sbranarsi per alimentare un fiorente giro illecito di scommesse. L’inchiesta, partita nel 2025 dopo il ritrovamento di una vera e propria arena di sangue nascosta tra i boschi di Tizzano Val Parma, ha svelato una rete ben strutturata che univa il centro-nord Italia ai Balcani. Dodici gli indagati sparsi tra le province di Parma, Bergamo, Venezia, Pisa e Rieti. Nello specifico l’analisi dei passaporti e della documentazione informatica ha svelato una rotta illegale di importazione di pitbull da allevamenti situati in Serbia, resa possibile dalla complicità di addestratori, trafficanti e veterinari stranieri compiacenti. Gli animali venivano poi fatti combattere per essere filmati: video e immagini finivano su canali social e chat criptate per mostrare il valore dei cani, far salire le “quotazioni” e far lievitare a dismisura il prezzo di vendita dei “campioni”. I reati contestati agli indagati sono quelli di maltrattamento di animali e violazione del divieto di combattimento tra gli stessi. (Cai/ Dire) 

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