Dopo la firma dell’accordo della Mecca nel mese di agosto, si torna a parlare delle divergenze politiche e ideologiche tra Turchia, Pakistan e Arabia Saudita, nel mezzo dei cambiamenti geostrategici a cui il mondo sta assistendo.
L’accordo stabilisce che “un attacco armato contro uno dei tre Paesi è un attacco contro tutti”, e mira a sviluppare in ogni suo aspetto la cooperazione nel campo della difesa tra i tre Paesi alleati. Secondo la dichiarazione congiunta, l’intesa nasce dai profondi legami storici, dalla fratellanza e dalla solidarietà islamica che li uniscono, oltre che da interessi strategici condivisi e da una stretta collaborazione militare.
Nel frattempo, con la firma del patto, riemergono le discussioni sulle dispute recenti e storiche tra l’Arabia Saudita e la Turchia, rinnovatesi con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman.
Profonde divisioni
Le divergenze turco-saudite sono numerose e spaziano in ambito religioso, politico e ideologico. Sono venute alla luce in particolare sullo sfondo delle tensioni nelle relazioni tra il Qatar e l’Arabia Saudita nel 2017.
Gli osservatori sottolineano che entrambi i Paesi si considerano leader del mondo sunnita, cercando di presentarsi in questa veste e ritenendosi l’uno superiore all’altro per rivendicare tale status.
Il 18 giugno 2017, Yigit Bulut, consigliere per gli affari economici del presidente turco Erdogan, aveva dichiarato che l’Arabia Saudita aveva bisogno di una “primavera”.
Durante un’intervista sul canale ufficiale “TRT Haber” nel programma “Analisi Profonda”, Bulut ha spiegato che il Regno è “una tribù con un re, dove tutti seguono ordini tribali, un fatto inaccettabile per la mente e la logica umana”. Ha inoltre aggiunto: “Se deve esserci una primavera, ci sarà. Non quella che americani ed europei cercano di imporre alla Turchia; c’è bisogno di una stagione primaverile nei Paesi arabi, e deve emergere”.
Ciò conferma che le divergenze tra Arabia Saudita e Turchia hanno radici antiche, legate alla rivalità per la leadership sunnita, con entrambi i Paesi intenti a espandere la propria influenza regionale.
Nel 2019, quando la Turchia ha lanciato l’operazione “Fonte di Pace” nel nord della Siria, Riad ha espresso una posizione fortemente contraria all’intervento militare turco, definendolo un’aggressione.
In risposta, il presidente Erdogan ha dichiarato che “l’Arabia Saudita dovrebbe guardarsi allo specchio. Chi ha causato la crisi in Yemen? Qual è la situazione dello Yemen ora?”.
In un discorso politico ha poi aggiunto: “Decine di migliaia di persone sono state uccise in Yemen, tra cui decine di migliaia di civili. Cosa pensate di ciò che sta accadendo in Arabia Saudita? Come giudicate la situazione in Yemen, un Paese completamente distrutto? Dovete chiedere conto a coloro che uccidono migliaia di civili yemeniti”.
In un altro contesto, Erdogan ha rivelato che il Pakistan aveva subito pressioni saudite, tra cui la minaccia di ritirare i depositi sauditi dalla Banca Centrale Pakistana e di espellere 4 milioni di lavoratori pakistani dall’Arabia Saudita per sostituirli con manodopera bengalese.
Ha sostenuto che il Pakistan, alle prese con gravi crisi economiche, è stato costretto, a causa di tali minacce e pressioni, a scegliere di non partecipare al Vertice Islamico.
Sottolineando che si tratta essenzialmente di una questione di principio, Erdogan ha fatto notare che la Somalia, nonostante le sue gravi difficoltà, ha mantenuto una posizione ferma e non si è piegata alle pressioni di Riad per modificare la propria linea in cambio di aiuti.
Ostilità storica
Lo scrittore Gholamali Dehghan ha commentato le dichiarazioni del presidente turco in seguito ai recenti sviluppi in Siria che hanno portato alla caduta del regime di Bashar al-Assad. In quell’occasione, Erdogan aveva osservato che “le divisioni seguite alla Prima Guerra Mondiale hanno impedito ad Aleppo, Hama, Homs e Idlib di far parte della Turchia, così come Gaziantep e Istanbul”.
Dehghan ha sottolineato che le parole del presidente turco “sanno di ritorno al passato e di rinascita dell’Impero Ottomano”, aggiungendo che “se le cose dovessero andare per il verso giusto, la Turchia sotto la guida di Erdogan non si opporrebbe all’annessione del nord della Siria”.
L’analista Yitzhak Levanon afferma che Recep Tayyip Erdogan sogna di restaurare la gloria dell’Impero Ottomano per diventarne il nuovo sultano. “Anche se si tende a credere che sia solo un sogno, lui lavora a modo suo per raggiungere l’obiettivo”.
Ha aggiunto che Erdogan “si è rivolto al Qatar per cercare di rafforzare i legami con alcuni Paesi del Golfo. Coopera con Doha a favore di Hamas, Hezbollah e dei Fratelli Musulmani”, precisando inoltre che “sta rafforzando militarmente la sua presenza nella parte turca di Cipro. In altre parole: per contrastare l’egemonia iraniana, Erdogan lavora a una propria egemonia turca e il suo appetito è insaziabile”.
Tutto ciò richiama alla mente la storica disputa tra il Primo Stato Saudita e l’Impero Ottomano, quando i sauditi si espansero annettendo l’Hegiaz nel 1803 d.C. (1218 dell’Egira), minacciando il ruolo del Sultano ottomano.
La guerra tra l’Impero Ottomano e il Primo Stato Saudita, combattuta tra il 1811 e il 1818 d.C., si concluse dopo sei anni e undici mesi con la caduta dello Stato saudita e la distruzione della sua capitale, Diriyah, per mano delle forze di Muhammad Ali Pascià, governatore ottomano d’Egitto.
L’espansione saudita nella Penisola Arabica rappresentò all’epoca un’enorme minaccia per l’Impero Ottomano e per la sua posizione nel mondo islamico, specialmente dopo che i sauditi assunsero il controllo delle Due Sacre Moschee.

