Venti anni dopo il suo arrivo in Italia, la pillola Ru486 – il farmaco che consente di abortire senza un’operazione chirurgica – viene utilizzato in oltre il 50% dei casi di interruzione volontaria della gravidanza in 15 delle 17 regioni di cui sono disponibili dati aggiornati. Ma resta una grande variabilità territoriale: nel 2024 in cinque regioni (Molise, Basilicata, Lazio, Emilia-Romagna e Umbria) l’utilizzo va oltre il 70%.
Il trend è in crescita ma il nodo è ora far sì che in tutte le regioni possa essere somministrata senza ricovero in ospedale. A descrivere il quadro è l’Associazione Luca Coscioni, tramite dati 2024 e 2025 ottenuti attraverso gli accessi civici nell’ambito della campagna “Mai dati”. L’ultima relazione del ministero della Salute sulla legge 194 ha visto l’aborto farmacologico, ovvero tramite mifepristone, uno steroide sintetico che agisce come antagonista del progesterone, attestarsi al 59% del totale delle Ivg nel 2023, in aumento rispetto al 52% del 2022. “Questi dati non sono solo vecchi ma anche aggregati e quindi difficili da analizzare. Di qui il ricorso all’accesso civico agli atti, introducendo con il Freedom of Information Act (Foia) che consente a chiunque di chiedere documenti alla pubblica amministrazione”, spiegano dall’associazione Chiara Lalli e Sonia Montegiove.
Dall’indagine emerge come il picco di ricorso all’aborto farmacologico è in Molise con l’88,7%, mentre valori più bassi si registrano in Friuli-Venezia Giulia (40,2%) e Marche (41,5%). La crescita tra il 2023 e il 2024 è disomogenea: in Sardegna tocca +16,5%, in Veneto +8,7% e in Sicilia +8,2%, mentre l’Umbria mostra un calo del 4,2%. Mancano dati utilizzabili per Piemonte, Calabria e Provincia autonoma di Trento, mentre per la Liguria sono disponibili solo quelli di una struttura. Approvata per la prima volta in Francia nel 1988, la Ru486, in Italia fu somministrata per la prima volta al Sant’Anna di Torino, il 6 settembre 2005, in via sperimentale e grazie alla battaglia del ginecologo Silvio Viale.
Seguirono ispezioni del ministero della Salute, una contesa giudiziaria, medici indagati, manifestazioni e, infine, la registrazione del farmaco, nel 2009. Ora la battaglia riguarda la possibilità di somministrazione nei consultori e di assunzione a casa, senza il disagio di un ricovero in ospedale e con ampi risparmi per la sanità pubblica. Cosa, precisa l’associazione Coscioni, per ora possibile in Trentino Alto Adige, in Campania, Lazio, Emilia-Romagna e Umbria

