Ci sono numeri che pesano come pietre miliari e altri che pesano come cuori. Giovedì 21 maggio nella sala conferenze dell’Istituto Raimondi di San Cataldo, si è tributato il giusto e doveroso omaggio ai tre alfieri di sempre della Nissa, ai giocatori che hanno vestito i colori biancoscudati più di chiunque altro, trasformando la fedeltà in leggenda: Ernesto Cipollone con le sue incredibili 348 presenze, Davide La Paglia a quota 324, e Totò Avola con 307 battaglie. Tre nomi che, a leggerli di fila, fanno tremare i polsi a chiunque abbia il sangue biancoscudato nelle vene. Tre epoche, tre stili, un unico immenso cuore.

L’iniziativa è stata fortemente voluta dall’inossidabile ed immarcescibile Ottavio Bruno (studioso ed appassionato della Nissa e della storia biancoscudata) che ha intessuto una rete di appassionati e sportivi per “creare” una serata dalle forti emozioni, non solo all’insegna del glorioso passato, ma anche del proficuo presente e si spera, del radioso futuro. Premiati per la stagione appena conclusa, Ciccio Di Gaetano (allenatore della Nissa), Francesco De Felice (giocatore della Nissa che ha realizzato 13 gol) e Lorenzo Giovannone (giovane e promettente dirigente della Nissa).

Al tavolo della premiazione il vulcanico Ottavio Bruno, il dottor Giuseppe Raimondi, impeccabile e garbato ‘padrone di casa’, ed il giornalista Donatello Polizzi che ha moderato la manifestazione.

Presenti, oltre a tante glorie biancoscudate che hanno fatto ‘luccicare’ gli occhi del pubblico, anche Giorgio Vitale (delegato provinciale Caltanissetta LND), Peppe Anzaldi (delegato provinciale Coni Caltanissetta), Roberto Bellomo (presidente regionale AIA) e Luca Giovannone (Presidente della Nissa).
La kermesse ha principalmente onorato i tre giocatori più presenti della storia della prima squadra di Caltanissetta, non è stata soltanto un atto di gratitudine sportiva. È stata qualcosa di più raro e di più necessario: un atto di memoria. Il tipo di memoria che le società calcistiche spesso dimenticano nell’urgenza del prossimo risultato, del prossimo mercato, della prossima stagione. Qui, invece, si è scelto di fermarsi. Di guardare indietro — con gli occhi bene aperti.
Ernesto Cipollone guida questa classifica con le sue 348 presenze (dal 1964 al 1978) come si guida una squadra: dalla trincea. Non c’è romanticismo da quattro soldi in quel numero — c’è lavoro, continuità, la capacità rara di essere sempre lì quando la squadra ti chiama. 348 volte in maglia biancoscudata significa 348 volte in cui si è scelto il dovere sopra ogni altra cosa, la domenica sopra il riposo, il campo sopra la comodità. Cipollone, nisseno di adozione che ha scelto di restare nel capoluogo nisseno per tutta la vita, ha costruito la propria leggenda nel silenzio dei fatti, lontano dalla retorica: e forse è per questo che quel numero parla ancora più forte.
Poi c’è Totò Avola, 307 presenze (dal 2000 al 2013) e la grazia di chi ha saputo trasformare la longevità in arte. Avola è il tipo di giocatore, l’uomo che i compagni cercavano con gli occhi nei momenti difficili — non perché avesse sempre la soluzione, ma perché la sua sola presenza ricordava a tutti che si può resistere. Tre volte cento partite, e ogni volta con la stessa fame. Non è naturale: è una conquista quotidiana, un atto di volontà rinnovato ogni mattina.
E poi c’è lui. Davide La Paglia, 324 presenze (dal 1987 al 2001). Secondo in classifica, primo nella commozione di chiunque sappia la sua storia. Da oltre tre lustri, Davide convive con la SLA — la sclerosi laterale amiotrofica, una malattia che speglie progressivamente i muscoli senza toccare la mente, che immobilizza il corpo senza poter nulla sull’intelligenza, sulle emozioni, sulla volontà di chi la affronta. È una delle prove più dure che l’esistenza umana conosca. Una prova che Davide affronta ogni giorno con una dignità che non ha bisogno di aggettivi.
Ma quello che colpisce — quello che dovrebbe fermare chiunque in una riflessione silenziosa — è che Davide La Paglia è ancora lì. Vigile. Attento. Informato. Segue le vicende della Nissa con la stessa passione di quando calcava quel campo, con quella mente lucida che la malattia non è riuscita a scalfire. Conosce le formazioni, conosce i risultati, conosce le dinamiche societarie. Sa. Vuole sapere. Vuole ancora appartenere a quella storia di cui è stato protagonista assoluto.
C’è qualcosa di straordinario in questo. Qualcosa che va ben oltre il calcio e parla direttamente della natura umana nel suo aspetto più nobile: la resistenza del sentimento contro la limitazione del corpo. Il campo lo ha fermato, ma non lo ha mai lasciato. Ieri, nel momento in cui il suo nome è stato pronunciato tra quelli da onorare, il significato di quella cerimonia ha smesso di essere sportivo e ha raggiunto qualcosa di più alto. Ha raggiunto il senso stesso di cosa voglia dire far parte di una comunità. Non solo quando si vince, non solo quando si è in forza, non solo quando si gioca. Ma sempre. Per sempre.
Cipollone, La Paglia, Avola. Tre nomi che non hanno bisogno del numero accanto per essere ricordati — ma che quel numero lo meritano tutto, fino all’ultima unità. Perché il calcio si misura in gol, in punti, in trofei. Ma le storie vere si misurano in qualcosa che non sta sulle tabelle: in fedeltà, in amore, in presenza. Quella presenza che nessuna malattia, nessuna classifica, nessun oblio potrà mai cancellare dal cuore di questa città.
(Foto di Michele Ferla)

