Salute

Ebola, medico contagiato e guarito: “Allerta resti massima, malattia devastante”

AdnKronos

Ebola, medico contagiato e guarito: “Allerta resti massima, malattia devastante”

Mar, 19/05/2026 - 19:10

Condividi su:

(Adnkronos) – "C'è un'inquietante similitudine tra questo evento epidemico e quello di 10 anni fa, perché il virus sta passando rapidamente le frontiere: dalla Repubblica democratica del Congo si è già spostato – anche se i casi sono pochi – verso il Sud Sudan e l'Uganda. E' più che corretto mantenere elevata l'attenzione, perché l'esplosione può avvenire da un momento all'altro". Fabrizio Pulvirenti, il primo italiano ad aver contratto, nel novembre del 2014, il virus Ebola, lo dice senza giri di parole. "Viviamo ormai in un mondo globalizzato, ci spostiamo facilmente, quindi ciò che accade in un'estremità del pianeta può raggiungere facilmente l'altra e diventare un problema globale. Non lo è al momento, ma può diventarlo se l'attenzione dovesse diminuire. E' giusto che l'allerta resti massima", dice all'Adnkronos. Pulvirenti, che oggi è il direttore del reparto di Malattie infettive dell’ospedale Vittorio Emanuele di Gela (Caltanissetta), nel 2014, quando contrasse la malattia, lavorava come volontario per Emergency. "Per l'organizzazione non governativa ero stato prima nel Kurdistan iracheno, poi mi spostai in Sierra Leone, uno dei Paesi più devastati dall'epidemia di Ebola".  Dopo poche settimane i primi sintomi. Inequivocabili. "Quando è arrivata la febbra alta, lavorando a stretto contatto con pazienti affetti da Ebola, il primo pensiero è stato: 'Caspita, mi sono contagiato'. Ho fatto il test e il prelievo e qualche ora dopo è arrivato l'esito: ero positivo. Come sia potuto succedere non l'abbiamo mai capito, qualche mese dopo successe anche a un infermiere". Dopo la diagnosi arrivò il trasferimento in Italia. In 36 ore. "Ero nella stessa casa con Gino Strada (il fondatore di Emergency, ndr.), decidemmo subito il trasferimento e, giusto il tempo di attivare con il ministero degli Esteri tutti i protocolli, fui 'sistemato' in una barella ad alto contenimento e a bordo di un aereo dell'Aeronautica militare arrivai in Italia e fui ricoverato all'Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani". Quelle che seguirono furono settimane drammatiche. "I primissimi giorni furono tranquilli perché a parte la febbre non c'erano altri sintomi – ricorda Pulvirenti -. Poi iniziai a stare molto, molto male. Ebbi la sensazione che avrei potuto non farcela. Nessuna malattia è bella, ma questa, in modo particolare, ti devasta".   Per 39 giorni il medico che ha battuto l'Ebola rimase ricoverato allo Spallanzani, prima di essere dichiarato 'virus free'. "C'è un buco nero, quello del giorni in Terapia intensiva, non ricordo nulla. Dopo la fase acutissima, arrivò il lento periodo della ripresa. Mi sentivo profondamente debilitato, senza forze. Persino togliere il tappo dell'acqua minerale per me era un'impresa, avevo bisogno di aiuto". Allo Spallanzani i medici fecero quello che Emergency faceva sui malati in Africa. "Mi hanno tenuto in vita, perché la chiave di guarigione è quella: mantenere il paziente in vita per consentire al sistema immunitario di sviluppare gli anticorpi in grado di controllare la malattia e, quindi, eliminare il virus". La lungimiranza di Gino Strada fu "aver impiantato delle terapie intensive in mezzo al nulla, questo consentì allora in Africa di ridurre, per i casi trattati da Emergency, il tasso di letalità". L'Italia sarebbe preparata a una eventuale nuova emergenza? "Assolutamente sì, proprio grazie al Covid abbiamo sviluppato una serie di strategie di attenzione", sottolinea il direttore di Malattie infettive del presidio ospedaliero di Gela, per il quale il tema, però, è che "in aree di guerra l'assistenza sanitaria, l'identificazione dei pazienti, il tracciamento dei contatti sono ancora più difficili" e questo può agevolare la diffusione del virus. Ecco perché, ragiona Pulvirenti, in alcune aree geografiche vicine ai focolai "potrebbe anche essere ragionevole realizzare una sorta di cintura sanitaria per limitare il numero di contagi. Sicuramente non lo è in Europa, perché non siamo a questo livello e speriamo di non arrivarci".  Quello che si sta diffondendo in Africa è un ceppo del virus Ebola per cui non esiste alcun vaccino: il Bundibugyo. "A differenza del ceppo Zaire, quello per il quale anche grazie a chi come me si è contagiato ed è guarito abbiamo vaccini, questo virus è sconosciuto e non abbiamo nessuno strumento per contrastarlo. Ecco perché è anche più pericoloso". La mortalità è alta. "La metà dei pazienti, anche di più, non sopravvive e il contagio avviene, come per gli altri ceppi, con il contatto diretto con i pazienti. Basta il contatto pelle a pelle, perché il virus è contenuto in tutti i liquidi organici (sudore, lacrime, vomito, feci, urine, sangue, liquido seminale). Qualsiasi tipo di contatto con un paziente contagiato rappresenta una fonte di infezione. Il periodo di incubazione varia da due giorni a due settimane e mezzo al massimo. In Africa ci sono dei riti funebri che prevendono il lavaggio del cadavere e la fasciatura con la manipolazione delle salme. Pratiche che andrebbero evitate, perché i cadaveri sono i serbatoi più probabili di infezione. Purtroppo a complicare la situazione sono anche le guerre in atto in quei Paesi: gestire queste epidemie in situazioni di conflitto diventa un problema". (di Rossana Lo Castro) 
—cronacawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

banner italpress istituzionale banner italpress tv