“C’è un’inquietante similitudine tra questo evento epidemico e quello di 10 anni fa, perché il virus sta passando rapidamente le frontiere: dalla Repubblica democratica del Congo si è già spostato – anche se i casi sono pochi – verso il Sud Sudan e l’Uganda. E’ più che corretto mantenere elevata l’attenzione, perché l’esplosione può avvenire da un momento all’altro”. Fabrizio Pulvirenti, il primo italiano ad aver contratto, nel novembre del 2014, il virus Ebola, lo dice senza giri di parole.
“Viviamo ormai in un mondo globalizzato, ci spostiamo facilmente, quindi ciò che accade in un’estremità del pianeta può raggiungere facilmente l’altra e diventare un problema globale. Non lo è al momento, ma può diventarlo se l’attenzione dovesse diminuire. E’ giusto che l’allerta resti massima”, dice all’Adnkronos. Pulvirenti, che oggi è il direttore del reparto di Malattie infettive dell’ospedale Vittorio Emanuele di Gela (Caltanissetta), nel 2014, quando contrasse la malattia, lavorava come volontario per Emergency. “Per l’organizzazione non governativa ero stato prima nel Kurdistan iracheno, poi mi spostai in Sierra Leone, uno dei Paesi più devastati dall’epidemia di Ebola”. Dopo poche settimane i primi sintomi. Inequivocabili.
“Quando è arrivata la febbra alta, lavorando a stretto contatto con pazienti affetti da Ebola, il primo pensiero è stato: ‘Caspita, mi sono contagiato’. Ho fatto il test e il prelievo e qualche ora dopo è arrivato l’esito: ero positivo. Come sia potuto succedere non l’abbiamo mai capito, qualche mese dopo successe anche a un infermiere”. Dopo la diagnosi arrivò il trasferimento in Italia. In 36 ore. “Ero nella stessa casa con Gino Strada (il fondatore di Emergency, ndr), decidemmo subito il trasferimento e, giusto il tempo di attivare con il ministero degli Esteri tutti i protocolli, fui ‘sistemato’ in una barella ad alto contenimento e a bordo di un aereo dell’Aeronautica militare arrivai in Italia e fui ricoverato all’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani”. Quelle che seguirono furono settimane drammatiche.
“I primissimi giorni furono tranquilli perché a parte la febbre non c’erano altri sintomi – ricorda Pulvirenti -. Poi iniziai a stare molto, molto male. Ebbi la sensazione che avrei potuto non farcela. Nessuna malattia è bella, ma questa, in modo particolare, ti devasta”

