




(di Carmelo Barba) La chiesa Madre di Mussomeli era la parrocchia della mia infanzia e della mia adolescenza con il suo arciprete, sacerdoti, catechiste, organista e sagrista, ‘a “Cumpagnia da Matrici” e i suoi numerosi parrocchiani; in sintesi, con la sua storia e le sue feste. Fra i diversi simulacri che si venerano in questa chiesa, oltre a Santa Lucia, San Giuseppe, San Sebastiano, San Gaetano, il Cuore di Gesù, anticamente c’era anche San Giacomo, oggi venerato nella chiesa della Provvidenza, e c’è anche il simulacro del Cuore di Maria (‘u Cori di Maria), il cui scultore-autore Vincenzo Genovese, nato nel messinese, esattamente a Barcellona Pozzo di Gotto il 19 Aprile 1826, compie duecento anni dalla nascita. La nicchia con la statua di “Lu Cori di Maria” è visibile, entrando in chiesa, a sinistra, immediatamente dopo quella di Santa Lucia. Ed è, con un filo di emozione ricordare a me stesso la circostanza quando la mia mamma del suo matrimonio celebrato, appunto, davanti l’altare laterale di ‘u Cori di Maria, verso cui riservò una particolare devozione. Da dire che quest’opera è firmata e datata 1856 e, quindi, compie 170 anni dalla sua realizzazione. E ritornando all’argomento storico, appunto, in occasione dell’anzidetto Bicentenario della nascita dello scultore (1826-2026) Vincenzo Genovese e nel 170° anniversario della realizzazione delle Cuore immacolato di Maria della Madrice di Mussomeli datata 1856, propongo, adesso, al riguardo, l’interessante sottostante argomentare dello storico Arcangelo Vullo di Marianopoli.
“ L’Anima del Legno e il Soffio del Neoclassicismo in Sicilia. (Di Arcangelo Vullo) – Nel panorama artistico della Sicilia ottocentesca, la figura di Vincenzo Genovese emerge con la forza silenziosa di chi ha saputo plasmare non solo il legno e il marmo, ma l’identità devozionale di un’intera isola. Celebrare oggi il bicentenario della sua nascita significa restituire il giusto scranno a un artista che, pur avendo dialogato con i massimi esponenti del suo tempo, è rimasto a lungo confinato in una sorta di oblio storiografico, vittima di una critica che spesso ha guardato alla scultura lignea devozionale come a un’arte “minore”.
L’esordio tra i fasti della Palermo Borbonica. Il nome di Genovese si impone all’attenzione pubblica in un momento di passaggio epocale: il 1859. In occasione dell’ultimo funerale reale della dinastia borbonica a Palermo, quello di Ferdinando II, lo scultore appare come figura indipendente e già matura. I funerali dei regnanti erano, all’epoca, “la più sontuosa delle feste”, apparati effimeri ma grandiosi dove l’architettura e l’arte restavano sovrane assolute. Il mausoleo eretto nella chiesa di San Domenico, diretto dall’architetto Agostino Castiglia, vide Genovese collaborare con i nomi più illustri del tempo, come Alessandro e Francesco Bagnasco e Benedetto De Lisi. I documenti d’appalto dell’Archivio Storico Comunale rivelano che l’incarico di “scultore figurista” non era una semplice esecuzione tecnica, ma una committenza che esigeva la massima precisione e qualità, equiparando il lavoro dei migliori artisti a quello delle opere monumentali definitive. Il linguaggio stilistico: dal Barocco al Verismo. L’opera di Genovese si colloca in quella delicata intersezione tra la persistenza delle forme barocche e l’affermazione del Neoclassicismo in Sicilia. Se nelle sculture degli anni Cinquanta, come la Madonna con Bambino di Roccapalumba (1854) o il Cuore di Maria di Mussomeli (1856), si avverte ancora l’eco dei panneggi settecenteschi — caratterizzati da pieghe ampollose e increspature ondulate — la sua maturità abbraccia una “controllatissima severità espressiva”.
Un esempio paradigmatico di questo rinnovamento è l’altare maggiore della chiesa di S. Antonino a Palermo (1859-1861). Qui, Genovese fonde marmi policromi e legno intagliato in uno stile neoclassico che sostituisce gli eccessi del barocco con scene bibliche e specchiature geometriche. Di particolare pregio sono i quattro angeli-telamoni in legno dorato, che testimoniano un virtuosismo esecutivo capace di dialogare con la solennità del marmo bianco.
Tuttavia, Genovese non fu un freddo esecutore di canoni accademici. Come notato dagli studi di Michele Cutaia, la sua arte scivola verso il Verismo attraverso la rappresentazione di “putti” che abbandonano la bellezza ascetica per assumere fisionomie profondamente umane: volti di bambini reali, malinconici o sofferenti, che sembrano strappati alla vita quotidiana dei quartieri popolari palermitani. La notorietà del Genovese lo portò ad una cooperazione con rinomati pittori dell’epoca per la realizzazione di opere scultoree. Committenze esigenti, infatti, per un’unica opera incaricavano due o più artisti: uno per la parte scultorea e l’altro per le finiture cromatiche. Particolare è la collaborazione di Genovese con il noto pittore Salvatore Lo Forte. La prima attestazione di tale rapporto riguarda la realizzazione del Crocifisso di Mistretta, compiuto nelle forme scultoree dal Genovese e dipinto dal pittore Salvatore Lo Forte, come attestano le due firme al lembo del perizoma che cinge i fianchi del Cristo: «V. Genovese scolpì 1866, Professore Salvat[ore] Lo Forte colorì, Palermo». Anche la statua di San Giuseppe di Salaparuta, come ci riferisce Sac. Baldassarre Graffagnino nel suo volume Salaparuta Ieri e Oggi ‘92, fu realizzata tra il 1865 e il 1866 «dal Genovese, in Palermo, con i colori di Salvatore Lo Forte a spese del popolo». Il Genovese non solo collaborò con il Lo Forte, ma ne apprese anche l’arte della pittura dipingendo lui stesso le sue opere scultoree. A testimonianza si riporta quanto detto dall’Arciprete La China per l’opera del Cuore di Gesù di Vittoria: «Il Genovese, infatti, oltre di essere un provetto statuario, ha una somma perizia nel dipingere le proprie statue. Discepolo del Lo Forte, da lui apprese il metodo di questo genere di pittura, variando le tinte sì nelle carni che ne’ panneggi, secondo è richiesto dagli ombreggiamenti, quasi nel modo stesso come si dipinge sulla tela». Un’altra fonte rivela che i discepoli di Lo Forte nel campo della pittura erano lo scultore Genovese e lo scultore Cardella che si formavano per le finiture cromatiche delle loro statue. La prima statua lignea dello scultore agrigentino Calogero Cardella, l’Addolorata di Favara del 1858, il prof. Salvatore Lo Forte eccezionalmente colorì «in omaggio al valoroso e promettente giovane scultore». Se per il Cardella questa fu un’eccezione, per il Genovese fu una collaborazione più frequente. Si hanno notizie di Lo Forte a Mussomeli, terra natia dell’amico Paolo Emiliano Giudici; tale artista risulta autore di un Cuore di Maria. Il manoscritto del Sac. Federico Amico indica un quadro, ma l’unica opera presente in chiesa è la statua del Cuore di Maria che Vincenzo Genovese scolpì nel 1856. È molto probabile che questa opera, che conserva i colori originali e particolari sfumature dell’incarnato, sia stata dipinta da tale artista. Singolare infine è la partecipazione di diversi artisti affermati che confluirono nella realizzazione della statua del Cuore Immacolato di Misilmeri. Il Sac. D. Valentino Baudo nel suo “Diario” (Vol II° a pag. 285) ed il nipote Sac. D. Vincenzo Baudo nel Questionario del 1929 narrano che detta Statua «giunse a Misilmeri da Palermo dove fu scolpita, il 28 Aprile 1872. Vi lavorarono 4 valenti Artisti e cioè: Domenico Morelli da Napoli pittore (1826-1901) fece il disegno; Vincenzo Genovese da Palermo la scolpì; Salvatore Lo Forte da Palermo (1809-1885) pittore la dipinse ed il P. Pasquale Sarullo francescano da Ciminna pittore (1828-1893) ritoccò il suo volto e le mani». Genovese, tuttavia, non fu solo un collaboratore, ma un vero discepolo di Lo Forte nell’arte della pittura. Imparò a “dipingere le proprie statue” con una perizia tale da variare le tinte dell’incarnato e dei panneggi secondo le leggi del chiaroscuro, come se stesse operando su una tela. Questa capacità di rendere “scultura i dipinti” è evidente nell’Immacolata di Favara — premiata con medaglia d’oro all’Esposizione nazionale di Napoli del 1893 — chiaramente ispirata ai modelli di Murillo, e nei Santi Pietro e Paolo di Calatafimi, che riecheggiano la “Scuola di Atene” di Raffaello. Opere e diffusione: un patrimonio isolano. La geografia delle opere di Genovese copre l’intera Sicilia con altre 250 opere, testimoniando una fama che andava ben oltre i confini del capoluogo. Si ricordano a titolo di esempio: Il Cristo Risorto di Casteltermini, lodato per l’indiscusso virtuosismo del movimento ascendente, dove il corpo sembra staccarsi dal suolo con una leggerezza che sfida la materia lignea. La Madonna del Mazzaro a Mazzarino, dove l’artista interpreta il desiderio del popolo di avere una “Madre bellissima”, prendendo a modello, secondo la tradizione, la fanciulla più bella della città.
- La Santa Caterina di Chiusa Sclafani (1866), opera in cui Genovese si confronta direttamente con il passato, obbligandosi per contratto a “copiare per quanto possibile” il modello marmoreo di Antonello Gagini. Anche il mondo colto del tempo riconobbe il suo valore: Giuseppe Pitrè, nel 1871, ne esaltava le opere esposte, citando le statuette marmoree Pianto e Riso. Queste ultime sono fondamentali per comprendere l’eclettismo dell’artista, capace di passare dai grandi gruppi sacri in legno a opere marmoree, cariche di sentimentalismo romantico. Una riscoperta necessaria.
Nonostante la vastità della sua produzione, la figura di Vincenzo Genovese è rimasta a lungo “sommersa”. È solo grazie alle recenti ricerche storico-artistiche di studiosi come Arcangelo Vullo e alla passione filiale e artistica di Michele Cutaia (parente acquisito dello scultore) che oggi possiamo ricostruire un catalogo organico delle sue opere nel volume “Vincenzo genovese da Palermo Scolpì e Colori sec. XIX”. Il lavoro di ricerca ha rivelato un artista che non era solo un sapiente artigiano, ma un “sensibile interprete del sacro” e un attento studioso delle correnti puriste e nazarene. Genovese ha saputo traghettare la scultura siciliana dalle ultime propaggini del Barocco verso la modernità del Verismo, mantenendo sempre un’altissima dignità materica, sia nel legno di cipresso che nel marmo. In questo bicentenario, Vincenzo Genovese si riconferma come un pilastro della cultura figurativa siciliana del XIX secolo. Un artista che ha saputo “parlare” attraverso i volti delle sue Madonne e la perfezione anatomica dei suoi Cristi, lasciando un’eredità che non è solo fatta di legno e colore, ma di una profonda partecipazione emotiva alla vita e alla fede del suo popolo. La sua opera non è una statua immobile, ma, come scrisse Cutaia del suo Risorto, “una figura vera, plasmata dalla luce, in cui è profuso medesimamente l’umano e il divino”.

