Comparirà davanti al gip lunedì, per l’interrogatorio di garanzia, Laura Bonafede, la figlia del boss di Campobello di Mazara, per molto tempo amante di Matteo Messina Denaro, arrestata ieri per favoreggiamento e procurata inosservanza della pena. Per anni avrebbe convissuto, insieme alla figlia Martina Gentile, all’epoca bambina, con il padrino latitante e poi provveduto alle sue necessità e curato maniacalmente la sua sicurezza fino a poco prima dell’arresto.
“Quel che disorienta è che in tutto questo lunghissimo arco temporale la tutela della latitanza di Messina Denaro è stata affidata, non a soggetti sconosciuti ed inimmaginabili bensì ad un soggetto conosciutissimo dalle forze dell’ordine e cioè a quel Leonardo Bonafede da sempre ben noto, oltre che come reggente della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, soprattutto per la sua trascorsa frequentazione ed amicizia con i[ padre di Messina Denaro”, ha stigmatizzato il gip chiedendosi come il latitante sia potuto sfuggire alla cattura per 30 anni nonostante frequentasse luoghi, come Campobello, battuti palmo a palmo dagli inquirenti.
In realtà la figlia del capomafia è stata indagata e intercettata per moltissimo tempo dalla polizia, quindi il suo possibile ruolo nella latitanza di Messina Denaro, era evidentemente chiaro agli inquirenti. Ciò nonostante la donna è riuscita a beffare gli investigatori. Intanto dalle indagini viene fuori che per creare la lingua cifrata che utilizzavano nelle loro comunicazioni scritte il boss e la Bonafede si ispiravano anche a testi letterari. Ad esempio per il nome “tugurio” usato per indicare uno dei luoghi in cui i due si incontravano si sono rifatti a un libro di Vargas Llosa “Avventure della ragazza cattiva” in cui uno dei protagonisti sosteneva “che il posto in cui viveva era un tugurio ma per lui era una reggia perché lì era stato felice”, scriveva la Bonafede.
Oppure il nome in codice Tania dato alla figlia della Bonafede, Martina, è tratto da un volume di Bukowski. I carabinieri l’hanno trovato il 15 marzo nella libreria di casa della Bonafede con una pagina evidenziata in rosa dove si legge “mia figlia Tania”. Il boss e la donna oltre a farsi ispirare dalla letteratura, secondo gli inquirenti, si sarebbero scambiati i libri e sottolineando passaggi per loro significativi avrebbero comunicato.
Di certo non preso in prestito dalla letteratura era invece l’appellativo “sciacqualattuga” destinato dal padrino alla figlia naturale Lorenza Alagna, più di una volta criticata dal boss che la contrapponeva alla virtuosa Martina Gentile. “Io ho cresciuto una figlia che non è mia figlia biologica, ma per me è mia figlia, e mi ha dato l’amore di una figlia, mi ha voluto bene e mi vuole bene, ha molto di me perché l’ho insegnata io, se vedessi il suo comportamento ti sembrerei io al femminile. – scriveva alla sorella Giovanna parlando Martina – Che voglio dire? Che non sono stato solo e che sciacqualattuga non significa più niente per me”. (di Lara Sirignano, ANSA)

