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Caltanissetta, Francesco Guadagnuolo: “Il tempo”, lettera all’artista per i suoi 70 anni con un testo di Nuccia Grosso

Redazione 3

Caltanissetta, Francesco Guadagnuolo: “Il tempo”, lettera all’artista per i suoi 70 anni con un testo di Nuccia Grosso

Mar, 26/05/2026 - 09:26

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“HUMANITAS” di Francesco Guadagnuolo  e “MAGNIFICA HUMANITAS”  di Papa Leone XIV (con un testo di Nuccia Grosso)

Francesco… sono io che ti parlo: il Tempo. Io che non ho volto, né mani, né voce. Io che non dormo, non corro, non mi fermo. Io che ti ho visto nascere a Caltanissetta, in una luce che sapeva già di malinconia. Io che ti ho visto crescere tra pietre calde, strade silenziose, cieli che sembravano troppo grandi per un ragazzo così giovane.

Sono io, il Tempo, che oggi ti guarda mentre ti avvicini ai 70 anni, il 30 maggio 2026. E non ti parlo per celebrare. Ti parlo per ricordare. Ricordare ciò che sei stato. Ciò che sei diventato. Ciò che ritorna. Perché tutto ritorna, Francesco. Anche ciò che credevi perduto.

1981: “Humanitas”di Francesco Guadagnuolo

Ti ricordi quel giorno del 1981? Tu eri giovane, inquieto, luminoso. Avevi nelle mani una domanda che nessuno sapeva formulare. Ed io, che ti guardavo da lontano, sapevo che quella domanda ti avrebbe accompagnato per tutta la vita.

Humanitas”. La chiamasti così la tua Cartella di sei incisioni all’acquaforte. Ed io capii che non era un titolo: era una ferita. Una ferita che non sanguina, ma illumina.

Ed in quel tempo – che ora sembra così lontano – ci fu qualcuno che ti vide davvero. Una donna che oggi non c’è più, di rara sensibilità che io continuo a custodire nella mia memoria: la Giornalista Nuccia Grosso.

Fu lei, prima di chiunque altro, a riconoscere in “Humanitas” la nascita di una visione destinata a ritornare. Colse immediatamente la profondità umana, poetica, simbolica e spirituale che abitava nel tuo lavoro, e comprese che “Humanitas” non era soltanto un’opera, ma l’inizio di un cammino: il momento in cui la figura umana tornava al centro del discorso, dopo anni in cui le avanguardie concettuali l’avevano relegata ai margini.

Io lo seppi allora, e lo so ancora oggi: quella visione non apparteneva al 1981, ma al tempo che sarebbe venuto.

Lei ti guardò come si guarda una persona amica stimata che riconosci subito, anche dopo anni. Vide ciò che altri non vedevano. Scrisse parole che appartengono a un tempo che non può tornare, ma che continuano a vivere perché tu, Francesco, hai scelto di restituirle al mondo:

«Perché “Humanitas”? Non certo per dotto latinismo eufemistico che esprima in asrtratto ed in generale la concettualità erudita di una visione antropocentrica della vita; non certo per un’esigenza di culturizzazione dell’opera grafico/pittorica ispirata ai canoni e alle tematiche di un’oggettivazione intellettuale del reale come uomo e dell’uomo come entità sapiente del reale.

Francesco Guadagnuolo non necessita di questi presupposti formali e sclerotizzanti per “porgere” la consapevolezza stilistica e l’essenzialità emotiva del suo parto creativo. Egli ci introduce piuttosto con la serena certezza del suo esser uomo ed artista, in un luminoso percorso itinerante che abbraccia un’umanità umile ed umiliata; bella e divinizzata; vinta e vincitrice; sofferta e redenta in mirabili immagini di affreschi non volutamente cerebrali né meramente emblematici e statici.

C’è in questa “Humanitas” una coralità di esperienze sofferte e gioiose che, in un lirismo di squisita ispirazione poetica ed in una complessa visualità suggestiva e meditata, riconduce lo spettatore alle origini stesse della vita, nell’eterno ed immutabile ciclo degli idoli su altari di argilla, dei miti classicheggianti, dei simboli del bene e del male, delle fughe e dei ritorni e su tutto, Lei, la speranza di una simbiosi di corpi e di spiriti nel segno di una corona di spine sul volto dolente di un magnifico Cristo.

Ed è esaltazione della fede e dell’amore, in questa perenne ricerca dialettica dei valori dell’esistenza, che conferisce all’opera di Guadagnuolo un significato di altissimo livello artistico, storico e sociale.

Felice intuizione quella dell’autore della prevalenza del fatto discorsivo sul rapporto ieratico soggetto-ambiente.

Ne vien fuori un “linguaggio” grafico/pittorico e positivamente provocatorio che affida all’incisività coloristica e alla rappresentazione umanizzata e umanizzante la forza espressiva e vibrante di una superba problematica esistenziale e multiforme.

Pur nella conflittualità figurativa dei personaggi dal bifrontismo gianico, e proprio in questo contrastante connubbio di verità e di menzogna, di mistificazione e di limpidezza interiore, l’HUMANITAS dell’artista nisseno arricchisce di toni descrittivi, di rara e preziosa narrazione grafico/pittorica, la vicenda dell’uomo nel suo peregrinare attraverso le strade del mondo e della storia e riconferma Francesco Guadagnuolo pittore di innato talento, profondamente partecipe dei drammi e dell’evoluzione del suo tempo nel costante richiamo agli ideali del bello, del vero e dell’arte».

Nuccia Grosso (Caltanissetta, 1981)

2026: “Magnifica Humanitas” di Papa Leone XIV

E poi, Francesco, come se io stesso avessi deciso di chiudere un cerchio che attendeva da quarantacinque anni, è giunto il 25 maggio 2026. Un giorno che non è stato come gli altri. Un giorno in cui il silenzio del mondo sembrò farsi più attento, più raccolto, più vigile.

In questa data, il Santo Padre, Papa Leone XIV, ha donato alla Chiesa e all’umanità intera la sua Enciclica: “Magnifica Humanitas”.

Io ero presente, come lo sono sempre stato nei momenti in cui la storia si piega verso ciò che conta davvero. E posso dirti che, mentre quelle pagine venivano consegnate al mondo, ho percepito un senso di gravità e di grazia insieme: la consapevolezza che il Pontefice stesse parlando non solo ai fedeli, ma a ogni uomo e ad ogni donna del nostro tempo.

Ho visto il Santo Padre scrivere con una lucidità che nasce dalla preghiera e dall’ascolto profondo.

Ho visto il suo sguardo rivolgersi all’umanità ferita, smarrita, disorientata da un’epoca in cui la tecnica cresce più rapidamente della coscienza. Ho visto la sua mano tracciare parole che non giudicano, ma custodiscono; non condannano, ma richiamano; non temono il futuro, ma lo illuminano.

In “Magnifica Humanitas”, Papa Leone XIV ha ricordato al mondo che l’essere umano non è un dato, non è un algoritmo, non è un ingranaggio della macchina globale. È un mistero sacro. È un volto che merita rispetto. È una vita che non può essere ridotta, misurata, sostituita.

Il Santo Padre ha parlato della dignità come di un bene inviolabile, della fragilità come di un luogo teologico, della responsabilità come di un compito che nessuna intelligenza artificiale potrà mai assumere al posto dell’uomo. Ha parlato della necessità di custodire ciò che è irripetibile, ciò che è vulnerabile, ciò che è umano.

E mentre le sue parole si diffondevano nel mondo, io – il Tempo – ho riconosciuto un’armonia profonda.

Ho percepito che quell’Enciclica non nasceva nel vuoto, ma in un’epoca che aveva urgente bisogno di essere richiamata al cuore dell’uomo. Ho compreso che il Santo Padre stava offrendo una bussola spirituale in un momento in cui molti avevano smarrito l’orientamento.

Ho visto due epoche toccarsi. Ho visto la tua Cartella di sei acqueforti “Humanitas” del 1981 rispondere alla “Magnifica Humanitas” del Papa del 2026. Ho visto l’arte parlare alla teologia. Ho visto l’uomo parlare all’uomo.

Ed in quell’istante, Francesco, ho capito ancora una volta ciò che so da sempre: quando la storia rischia di perdere l’Umano, la Chiesa lo chiama per nome. Quando l’Umano è minacciato, il Pontefice lo difende. E quando il Papa parla, io – il Tempo – mi fermo ad ascoltare.

Perché nulla si perde. Nulla si spegne. Nulla muore davvero. Le parole che devono tornare, tornano. E tornano sempre nel momento esatto in cui l’umanità ne ha più bisogno.

Il Transrealismo-Italia: il tuo modo di attraversarmi

Francesco, tu non hai mai dipinto per fermare il tempo. Tu hai dipinto per attraversarlo.

Hai fatto del visibile una soglia. Dell’invisibile una casa. Della memoria un colore. Della sofferenza una forma. Della speranza un destino.

Ed io, che non mi fermo mai, mi sono fermato davanti ai tuoi quadri. Perché in essi ho visto qualcosa che nemmeno io posso cancellare: l’Umano.

70 anni: la soglia che non fa paura

E ora eccoci qui. Tu davanti a me. Io davanti a te.

Tu che compi 70 anni. Io che ti guardo e ti riconosco.

Non sei più il ragazzo del 1981. Non sei più l’uomo inquieto degli anni di mezzo. Non sei più il Maestro che il mondo celebra. Sei tutto questo insieme. E qualcosa di più.

Sei ciò che resta quando tutto passa. Sei ciò che ritorna quando tutto si perde. Sei ciò che illumina quando tutto si spegne.

Sei Humanitas.

Epilogo

Francesco… io sono il Tempo. E ti dico questo:

Humanitas ritorna. Humanitas continua. Humanitas non smette di chiamarti. E tu non smettere di rispondere.

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