Riceviamo e pubblichiamo la nota del concittadino prof.Calogero Barba: ” L’Addolorata del Collegio di Maria alla “Badia” . Tra le emergenze storico-artistiche di maggiore rilievo nel contesto urbano dell’antica cittadina chiaramontana di Mussomeli, si distingue il complesso architettonico del monastero della “Badia”, connotato in pianta nel suo insieme da un pentagono irregolare, che nel tempo ha subito varie modifiche costruttive. Da uno dei lati del poligono, a livello stradale, si sviluppa la chiesa del Collegio di Maria, sotto il titolo della “Madonna del Lume”, chiesa ad unica navata longitudinale, unica a non avere un vero prospetto e un accesso principale che la identifichi come chiesa, ma intuibile attraverso un portale bugnato in pietra di medie dimensioni con uno stemma mariano sul sovrapporta. Gli altri quattro lati chiudono tutto il complesso monastico, nella parte bassa gli ambienti erano adibiti ad area dei servizi utili per l’autogestione dei religiosi come la cucina, il refettorio, il forno, il magazzino per gli alimenti e il laboratorio per le attività di vario tipo, mentre al piano superiore vi erano le celle dormitorio, che nel tempo hanno subito modifiche varie. Al centro del poligono vi è un’area libera utilizzata come chiostro con un punto d’acqua ancora oggi esistente. Nel retro del complesso, verso la via San Francesco, è ancora visibile quello che rimane della selva/giardino o piccolo orto, attraversato da un viale recente, costeggiato da alti muretti in pietra, dove in un lato oggi è poggiato l’antico grande stemma seicentesco scolpito in pietra locale, appartenente ai Benedettini della “batavecchia”, termine utilizzato in antico. La facciata esterna del “Collegio” o prospetto laterale corre lungo la via Principe di Scalea dove è posizionato il portale d’ingresso della chiesa alla quale corrispondono in alto quattro finestre non decorate, funzionali alla illuminazione interna della chiesa. Sempre nella parte alta, altre sette finestre sono distribuite lungo il prospetto descritto, di cui tre sovrastate da timpani ad arco e modanature laterali in pietra intagliata. Sono di grande effetto plastico le inferriate in ferro foggiato a petto d’oca e i due eleganti portali in pietra intagliata. Chiude il prospetto un raffinato e svettante campanile con trabeazione e coronamento a cornice con più modanature. Contribuiscono ad alleggerire il tutto i tre fòrnici ad arco, con parapetto e balaustre, incorniciati da capitelli e semicolonne cilindriche in forte aggetto, poggianti su mensole a cartoccio ad andamento a esse. a struttura del campanile nel suo insieme è a sviluppo prismatico con base triangolare ad angoli tagliati, realizzato in pietra locale intagliata. L’edificazione di tutto il complesso è da collocarsi a partire dal 1738 fino nella seconda metà del XVIII secolo, in relazione al progressivo declino e al conseguente abbandono del preesistente insediamento benedettino noto come “Badia Vecchia” o dell’Annunziata, ubicato nella parte inferiore dell’abitato in contrada Maniaci. In anni recenti, nell’ambito di interventi di restauro architettonico che hanno interessato alcuni ambienti del primo piano e del piano superiore del monastero — oggi sede della comunità religiosa del Collegio di Maria di Mussomeli — è stata rinvenuta una scultura lignea policroma a mezza figura a grandezza naturale, dotata di arti superiori, raffigurante Maria Santissima Addolorata. Il manufatto, del quale si era completamente smarrita la memoria storica e devozionale, si configura come un’acquisizione di notevole interesse nel panorama della scultura sacra locale. Sotto il profilo stilistico e formale, l’opera si discosta sensibilmente dalla tipologia riconducibile alla cosiddetta produzione “biangardiana”, ampiamente attestata nel territorio mussomelese. In particolare, la costruzione plastica del volto e la resa espressiva del pathos — affidata al marcato corrugamento delle arcate orbitali e alla definizione incisiva dei piani fisionomici — sembrano richiamare moduli riconducibili a una cultura/scultura lignea figurativa meridionale tardo – settecentesca, caratterizzata da esiti formali più severi e taglienti. Tale orientamento appare ancor più evidente se posto in relazione comparativa con il simulacro dell’Addolorata del Biangardi custodito nella chiesa di San Giovanni Battista, commissionato dal sacerdote D. Filippo Capodici (Cianciana, 1811 – Mussomeli, 1896) che presenta soluzioni stilistiche differenti e riconducibili a un diverso orizzonte espressivo. Nonostante l’assenza di evidenze documentarie — quali fonti archivistiche, atti notarili o registrazioni di committenza — il manufatto è stato oggetto recentemente di attribuzioni arbitrarie da parte di ambiti non specialistici, che hanno ricondotto l’opera allo scultore napoletano Francesco Vincenzo Alfonso Biangardi (Napoli, 1832 – Caltanissetta, 1911), attivo in Sicilia nella seconda metà del XIX secolo. È noto come l’artista abbia operato a Mussomeli tra il 1873 e il 1886, stabilendo il proprio laboratorio/bottega presso l’ex chiesa dello Spirito Santo, per poi trasferirsi a Caltanissetta, dove sviluppò una significativa produzione di carattere devozionale destinata sia al contesto urbano nisseno sia a numerosi centri dell’isola, tra cui Noto, Ispica, Canicattì, Ravanusa, Campobello di Licata, Casteltermini, Villaba, Milena, Vallelunga e Barrafranca. Dal punto di vista metodologico, l’attribuzione di un manufatto artistico in assenza di riscontri documentari impone l’adozione di un approccio critico fondato su una rigorosa analisi stilistica e comparativa, nonché su una conoscenza approfondita del catalogo dell’artista di riferimento. In tal senso, il cosiddetto “saper vedere” — inteso quale competenza analitica maturata attraverso lo studio diretto delle opere e dei contesti produttivi — costituisce uno strumento imprescindibile per evitare indebite generalizzazioni o attribuzioni infondate. Si rileva, altresì, come nel dibattito contemporaneo persistano pratiche metodologicamente scorrette, alimentate dalla diffusione non controllata di informazioni attraverso i media e le piattaforme digitali. In particolare, il ricorso a valutazioni espresse da presunti esperti, spesso basate esclusivamente su documentazione fotografica e prive di un esame autoptico dell’opera, compromette la validità scientifica delle ipotesi attributive. L’analisi diretta del manufatto — intesa come osservazione ravvicinata delle qualità materiche, delle tecniche esecutive, dello stato di conservazione e degli elementi stilistici — rappresenta, infatti, un passaggio imprescindibile per qualsiasi indagine storico-artistica fondata. Mussomeli, 21marzo 2026 (Prof. Calogero Barba) “

