L’uomo che cambiò per sempre il calcio, senza peraltro venirne ricambiato, compie mercoledì 80 anni. Arrigo Sacchi, forte delle sue convinzioni mai mutate, arriva al traguardo significativamente il giorno dopo una delle sfide più importanti per il calcio italiano, quella con la Bosnia che potrebbe spalancargli (o chiudergli) la porta del Mondiale. Una visione messianica del calcio, quella di Sacchi, inteso come forza di rinnovamento. Ideologica, si potrebbe anche definire.
Nella quale la ricerca del bel gioco viene innanzi tutto, addirittura della vittoria stessa, che del primo deve essere logica conseguenza e non unico scopo. France Football lo ha definito “l’allenatore italiano più importante di sempre”, e probabilmente è persino riduttivo, vista la consapevolezza di molti allenatori moderni che esista un calcio prima di lui e uno dopo. In ogni caso, questo era (e non é mai cambiato) il suo credo: così intendeva il mestiere di tecnico, non importa che fosse di club o della nazionale, che ha guidato per cinque anni, dal 1992 al 1996.
“In Italia nessuno ha mai chiesto lo spettacolo, e quindi non c’è. Abbiamo quello che la gente vuole. Contano solo i risultati” é una delle frasi con le quali spiegava, dal suo punto di vista, il perché di tante partite senz’anima né emozioni. Ma non era il suo modo di vivere il calcio, “la cosa più importante tra le cose meno importanti”. Nato in provincia di Ravenna il primo aprile 1946, a differenza di molti suoi colleghi che vantavano un passato da professionista, Sacchi prima dei grandi palcoscenici aveva militato solo in squadre dilettantistiche. Fattore che probabilmente gli ha permesso di dare sfogo alla sua grande passione per l’allenamento conservando la lucidità tattica che lo ha caratterizzato negli anni. Del resto, “per diventare un buon allenatore non bisogna essere stati, per forza, dei campioni; un fantino non ha mai fatto il cavallo”.
Venditore di scarpe nella fabbrica del papà, allenatore per passione, in vent’anni di carriera “il vate di Fusignano” ha ridefinito il modo di concepire le geometrie del pallone, guidando quella che – secondo la Uefa – è stata la formazione più forte della storia: il Milan degli immortali. “Abbiamo giocato in modo ‘straordinerio’…”, era la sua frase preferita dopo l’ennesimo successo, nell’affettuosa imitazione di Maurizio Crozza, con gli immancabili occhiali scuri. La prima squadra di un club professionista la ottiene nel 1982, quando gli viene chiesto di guidare il Rimini in C1. Ma il vero trampolino di lancio è il biennio con il Parma. Nella stagione 1986-87 la squadra emiliana, militante in Serie B, elimina il Milan dalla Coppa Italia andando a vincere a San Siro.
Attira l’attenzione del presidente, Silvio Berlusconi, il quale gli propone di allenare i rossoneri, vincendo le perplessità di chi lo giudica un azzardo. Alla corte del Diavolo, Sacchi disegna sul campo la squadra italiana più olandese di sempre. Difesa a zona, pressing alto, tattica del fuorigioco, intensità: il suo approccio spariglia e divide, ma è vincente. Il collettivo conta più del singolo, anche se nel caso specifico il singolo conta eccome: quelle armi infatti tra i piedi di campioni del calibro di Marco Van Basten, Ruud Gullit e Frank Rijkaard diventano letali. Il segreto però non stava solo nei fuoriclasse, compresi quelli di una difesa di fenomeni dove tra Tassotti, Costacurta e Maldini, spicca Franco Baresi, il giocatore più moderno di tutti.
In quel Milan, infatti, era importante anche Angelo Colombo, gregario trasformato in uomo chiave. Sulla panchina del Milan fino al 1991, Sacchi conquista due Coppe dei Campioni, due Intercontinentali, due Supercoppe Europee, un campionato e una Coppa Italia. Negli occhi e nella memoria di tutti, resta quel 4-0 alla Steaua Bucarest nella prima finale vinta, a Barcellona nell’89, la partita perfetta. Il suo motto é “vincere, ma solo mostrando il calcio più spettacolare”.
I successi con il Milan gli aprono le porte della nazionale. Il quinquennio in Azzurro gli causerà quella che è ritenuta da tutti la più grande delusione della sua carriera: la finale del Mondiale Usa ’94 persa ai rigori contro il Brasile. Ma agli italiani, per dirla con le sue parole, manca la cultura della sconfitta e quel mondiale, ricordato da tutti per ‘questo è matto’ di Baggio al ct dopo una sostituzione e l’errore del Divino Codino dal dischetto contro il Brasile, sarà rivendicato da Sacchi come un traguardo raggiunto Ironia della sorte, l’ultima partita in sulla panchina azzurra Sacchi la vive a Sarajevo, 30 anni prima dell’imminente, nuovo impegno azzurro in casa Bosnia: nel 1996, dopo un Europeo sfortunato, Sacchi torna infatti al Milan, quindi prova l’esperienza all’estero con l’Atletico Madrid e, nel 2001, chiude l’esperienza da allenatore con il Parma, di cui diventa direttore tecnico. Carica che ricoprirà anche per il Real Madrid.
Ma lo stress ormai é più forte della dedizione. “A fine carriera avevo una gastrite che mi stava uccidendo. Ho dedicato al calcio 20 anni della mia vita e non ero più disposto ad andare avanti” racconterà. “Non è vero – altra delle sue considerazioni – che spremevo i giocatori, lo dimostra il fatto che quelli che hanno giocato con me hanno avuto tutti una carriera lunga: l’unico a subirne le conseguenze, ero io…”. Dal suo allievo in campo, Carlo Ancelotti, a Maurizio Sarri, fino a Pep Guardiola, tanti hanno continunato ad allenare nella sua scia. Anche nel calcio, una rivoluzione è per sempre”.

