Tra le 17.57 del 23 maggio e le 16.58 del 19 luglio, Paolo Borsellino percorre il suo ultimo miglio. Cinquantasette giorni marchiati a fuoco dalla morte di Giovanni Falcone, di cui cui raccolse “tra le braccia gli ultimi respiri”, e dalla fretta di indagare, propria di chi sa di avere i giorni contati.
“Devo fare presto”, ripeteva, incalzato dall’urgenza di comporre il mosaico della verità, di cui annotava le tessere nell’agenda rossa, e afflitto dagli ostacoli che incontrò in quel cammino. A cominciare dal silenzio della procura di Caltanissetta, titolare dell’inchiesta sulla strage di Capaci, che ignorò il suo dichiarato desiderio di essere ascoltato. “In questo momento, oltre che magistrato, io sono testimone”, ribadì nell’ultimo, accorato intervento pubblico del 25 giugno a Casa Professa, dove inveì contro “qualche Giuda” delle istituzioni che aveva tradito Falcone, e dove invocò “la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale”.
Si verrà poi a sapere che l’allora procuratore capo di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, pochi giorni prima della strage di via D’Amelio lo aveva convocato per il 20 luglio. Ma non fu questa l’unica amarezza che Borsellino dovette inghiottire in quei 57 giorni. Invano la sua scorta chiese rinforzi di sicurezza in via D’Amelio, dove il giudice si recava spesso a trovare la madre.
Borsellino si sentì solo anche quando incidentalmente scoprì che il procuratore capo di Palermo, Pietro Giammanco, gli aveva nascosto un’informativa del Ros che segnalava l’arrivo a Palermo di esplosivo a lui destinato. E ancora.
Il 28 giugno Liliana Ferraro, allora direttore degli Affari penali, incontrò Borsellino e lo informò che il Ros voleva contattare Vito Ciancimino. “Non ebbe particolari reazioni e disse: ‘Ora ci penso io'”, testimonierà Ferraro, avallando l’ipotesi che il giudice avesse già intuito l’apertura di un canale con Cosa Nostra. Segnali, in questo senso, gli arrivarono anche dai collaboratori di giustizia.

