I Fatti del Grillo Parlante: “Natale (e Capodanno) con i tuoi”

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I MIEI RACCONTI BREVI

“Oh Madre, come ogni anno, Natale dalla nonna Michelina e capodanno dalla nonna Ciccina?”
“Noooo, come ogni anno “sbagliasti”,
è al contrario”.
In illo tempore le festività natalizie seguivano uno schema rigido, che non ammetteva variazioni di sorta, ma soprattutto non erano consentite assenze, ovviamente tutto ciò quando era ancora in auge il detto “Natale (e capodanno) con i tuoi…”
Solo i defunti erano giustificati per la loro mancanza. Il Natale ed il Capodanno si trascorrevano rigorosamente in famiglia (già era peccato mortale solo pensare il contrario). Non c’era neanche il pericolo di assenze per divorzi o separazioni (un tempo tali deplorevoli pratiche non si usavano), ma qualora ci fosse stato in corso qualche screzio, tra due o più parti, scattava l’armistizio in automatico, bisognava fare finta di niente, ma non perché fosse Natale, bensì perché i nonni “nun avivanu a capiri nenti”. L’arrivo nell’abitazione prescelta per la grande abbuffata era come un deja vu che si ripeteva annualmente: già prima di varcare l’uscio di casa sentivi i sapori familiari della cucina, “u sciauru di manciari”, l’odore della frittura in pastella (broccoli, cardi e baccalà), del falsomagro che ultimava la cottura, del brodo dei tortellini…erano gli odori che ti aspettavi di sentire e che riaffioravano puntualmente ogni anno (la stesura del menù, era frutto di estenuanti ed interminabili telefonate che intercorrevano tra le donne di casa, già da fine novembre, con un’intreccio tale che whatsapp “si putiva ammucciari”).
Man mano che le famiglie giungevano era una sfilata di guantiere di dolci, di regali e di giochi di società (ci si metteva d’accordo prima su chi doveva portare tombola, Monopoli, risiko, taboo, ecc…).
Divieto assoluto di ingresso in cucina, “nun tuccati nenti” era il grido, delle donne davanti i fornelli affaccendate, all’indirizzo degli uomini e di noi bambini che cercavamo di “spizziculiare” qualcosa in cucina. C’era sempre una zia che mi chiamava sottovoce: “vini cca, tè mangiatillu ammucciuni”, ma io non lo nascondevo affatto, anzi, facevo “u spirtu” e tornavo baldanzoso nella stanza adiacente per fare “cocere” la cuginanza. La stanza adiacente non era la stanza dove avremmo banchettato, bensì l’area di decompressione, dove vi era la tv, con l’appuntamento fisso delle comiche (Stanlio e Ollio, Buster Keaton e Charlie Chaplin) e del circo. Il tempo d’attesa del convivio era impiegato anche per le partite di riscaldamento, con le carte da gioco siciliane (scopa, briscola, ti vitti). Molto atteso era l’arrivo dello zio “schittu”, perché portava regali per tutti (ed anche soldini). Puntuale la domande di rito delle zie: “ma dimmi na cosa, ‘a zita ancora nenti?”. Immancabili le schermaglie sull’andamento della propria squadra del cuore, Juventus o Milan. Non so per quale meraviglioso disegno divino, ma fortunatamente nella mia famiglia nessun interista.
Prima di cena entravamo furtivamente nel salone, dove era imbandita la tavola, per occultare sotto il piatto, dei rispettivi papà, la letterina delle promesse e dei buoni propositi.
“A tavolaaa” era il segnale che dava inizio alla competizione, perché di questo trattavasi, data l’innumerevole quantità di portate tra antipasti, primi e secondi. Ed era soltanto la prima parte. Dopo i secondi era prevista una pausa per la lettura delle letterine e recita delle poesie. Poesie che non venivano declamate se non vi era assoluto silenzio e immobilità da parte dei commensali.
Dopo la pausa “letterale”, che serviva anche per “arrisaccare” un po’, c’era il rush finale con l’esposizione in tavola delle prelibatezze dolciarie, ed era uno sfavillio di cannoli, rollò, “vucciddati”(il nostro dolce tradizionale di Natale), paste di mandorla, babà, immancabili i bavaresi de “La Romana”, le sfogliatine con ricotta di “Lopiano”, la cassata di “Romano” ed il torrone di “Geraci”, panettoni e pandori, arance e mandarini. Molto ambiti erano gli involucri di cartone che contenevano i panettoni e pandori, con cui giocavamo facendoli diventare maschere, praticando delle apposite forature in corrispondenza di occhi e bocca.
Cessate le ostilità, la tavola veniva sparecchiata completamente, per essere convertita in tavolo da gioco (anche se i dolci restavano a portata di mano per un richiamo durante la nottata). In tavola rimaneva solamente frutta secca (rigorosamente con uno schiaccianoci per tutti) ed i finocchi (che aiutavano a digerire meglio). Ed era il momento
delle giocate di gruppo (tombola, mercante in fiera, sette e mezzo), in cui ognuno poteva fare sfoggio del proprio repertorio di battute e proverbi, sempre uguali negli anni (tipo replica infinita), con i piccoli aggiornamenti che aveva portato l’anno trascorso.
Erano giorni di sommo gaudio e tripudio massimo, nell’aria era palpabile la gioia dello stare insieme e condividere, con serenità, quei momenti di allegra convivialità.
Dopo una certa ora, i bambini, uno dopo l’altro, nonostante una strenua ma inutile resistenza,”abbattivamu” inesorabilmente.
L’uscita di scena era “ntrusciati” e dormienti in braccio ai genitori.
“Papà, ma già ce ne stiamo andando?”
“No, nni facimmu un giru ‘a chiazza e turnammu”
“Ava, miii però”.
“Mutu ca mancu additta po stari”.
…E tanti auguri a tutti.

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