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Rsf, crolla libertà di stampa nel mondo, l’Italia scivola al 56/o posto

Redazione

Rsf, crolla libertà di stampa nel mondo, l’Italia scivola al 56/o posto

Gio, 30/04/2026 - 18:28

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Tracollo della libertà di stampa nel mondo, mai così giù da un quarto di secolo: questo il bilancio di Reporters Sans Frontières (Rsf), che oggi ha pubblicato il ‘World Press Freedom Index 2026’. Con l’Italia culla dell’Umanesimo che scivola dalla 49/a alla 56/a posizione (su 180) mentre gli Stati Uniti, il Paese del Primo emendamento solitamente indicato tra i Paesi più virtuosi in termini di libertà giornalistica, retrocedono di 7 punti, al 64/o posto, tra Botswana e Panama.

Qualcosa di inimmaginabile fino a qualche tempo fa. L’Italia, prima di tutto, dove la libertà di stampa continua a subire le minacce delle “organizzazioni mafiose – avverte Rsf – in particolare, nel sud, come anche di diversi gruppuscoli estremisti che esercitano violenze. I giornalisti – prosegue l’ong – denunciano inoltre il tentativo della classe politica di ostacolare la libera informazione in materia giudiziaria con una ‘legge bavaglio’ che si somma alle procedura bavaglio Slapp (Strategic Lawsuit Against Public Participation, cause legali per diffamazione, ndr.) correnti nel Paese».

“Questa situazione – allerta Rsf – rischia di aggravarsi per i reporter che si occupano di cronaca giudiziaria, dalla controversa ‘legge bavaglio’ approvata dalla maggioranza del premier Giorgia Meloni “. Sempre secondo il rapporto, consultabile online, la “Rai, principale emittente pubblica del Paese, sta subendo crescenti interferenze dirette volte a trasformarla in uno strumento di comunicazione politica al servizio del governo“. Rsf allerta poi sulle fragili condizioni in cui esercitano tanti professionisti dell’informazione: “La crescente precarietà lavorativa mina pericolosamente” il giornalismo italiano, “il suo dinamismo e la sua indipendenza”, è l’avvertimeto lanciato da Reporter senza frontiere.

“Ormai l’Italia è stabilmente fuori dagli standard dei Paesi fondatori dell’Unione Europea, ed è in compagnia di Paesi come l’Ungheria. Ma è un dato che non stupisce, largamente prevedibile e previsto. I nostri allarmi sono finiti nel vuoto”, deplora da parte sua Vittorio di Trapani, presidente della Federazione nazionale della stampa (Fnsi). “Basta leggere il rapporto per verificare che le cause del crollo sono quelle che denunciamo da tempo: il controllo governativo sulla Rai Servizio Pubblico, la mancata adozione del Freedom Act, l’assenza di norme contro le querele bavaglio, i pericoli per la sicurezza fisica e informatica dei giornalisti, lo spionaggio, e il precariato dilagante”.

Per la segretaria Fnsi, Alessandra Costante, “servono leggi che tutelino la libertà di stampa e finanziamenti che la promuovano. E se questi non ci saranno, sarà evidente che l’informazione libera non è nell’agenda né del governo né del Parlamento. Ogni collega dovrebbe essere indignato e ribellarsi di fronte a una situazione che mortifica un lavoro sempre più difficile e complesso, ma indispensabile alla vita democratica del Paese”. Più in generale, secondo Rsf, oltre metà delle nazioni mondiali (52,2%) sono oggi in situazione “difficile” o “molto grave” rispetto alla libertà di stampa.

Erano appena il 13,7% nel 2002, quando il 20% della popolazione risiedeva in un Paese in cui la situazione era ritenuta “buona”. Venticinque anni dopo, meno dell’1% può dire lo stesso. Male gli Stati Uniti, retrocessi al 64/o posto contro il 57/o del 2025. Dal suo ritorno alla Casa Bianca, nel 2025, sottolinea l’Ong, “Donald Trump ha intensificato la guerra ai media (…) Ha censurato dati governativi, tentato di smantellare le reti pubbliche Usa, utilizzando agenzie governative indipendenti come armi per punire i media critici, interessati i aiuti internazionali a favore della libertà di stampa, denunciato i media sgraditi ed esercitato pressioni per piazzare giornalisti amici alla guida di altre testate”.

Tra i Paesi virtuosi, la Norvegia per il decimo anno consecutivo in testa alla classifica Rsf, seguita da altri Paesi del Nord Europa, Olanda, Estonia, Danimarca e Svezia. Mentre l’Eritrea è fanalino di coda, al 180/o posto per il terzo anno consecutivo. Subito dietro Corea del Nord (179/o posto) e Cina (178). La Siria (141/a posizione) post-Assad realizza la rimonta più spettacolare (più 36 punti rispetto al 2025). Per Anne Bocandé, direttrice editoriale di Rsf, “non basta affermare i principi, sono indispensabili politiche di tutela”. La palla è nel campo delle democrazie e dei loro cittadini – avverte -. Spetta a loro fare quadrato per contrastare gli organizzatori del silenzio. Il contagio autoritario non è una fatalità”, concludono l’esperta.

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