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Roberto Mistretta col suo canto dell’upupa alla Feltrinelli di Catania. Un successo, soltanto posti in piedi.

Carmelo Barba

Roberto Mistretta col suo canto dell’upupa alla Feltrinelli di Catania. Un successo, soltanto posti in piedi.

Mer, 31/10/2018 - 14:00

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Roberto Mistretta col suo canto dell’upupa alla Feltrinelli di Catania. Un successo, soltanto posti in piedi.

Uno straordinario successo la presentazione de “Il canto dell’upupa”, ultimo romanzo dello scrittore di Mussomeli, Roberto Mistretta. Martedì 30 ottobre, già alle 18.30 alla Feltrinelli di Catania, soltanto posti in piedi per assistere alla presentazione di questo fortunato e pluripremiato romanzo che è tornato in libreria per terza volta, con l’editore Frilli di Genova, a distanza di 16 anni dalla sua prima apparizione (romanzo tradotto in tedesco in Austria, Germania e Svizzera).

A moderare l’incontro la giornalista Giovanna Caggegi che ha presentato l’opera di Mistretta dell’associazione Meter, e conosciuto a livello mondiale per la sua lotta senza quartiere contro la pedofilia, ha invogliato tutti a leggere “Il canto dell’upupa”, perché il silenzio uccide quanto l’indifferenza e le parole hanno la capacità generatrice di vita, ma anche la devastante forza dell’oblio della morte, del terrore e della violenza. Il canto dell’upupa, in questi anni, ha avuto tale ruolo cercando, attraverso chi ha il coraggio di guardare dentro le vicende dolorose dei piccoli, di decifrare l’inascoltato dall’indifferenza di una società troppo sommersa di fake per nascondere la verità”.

Tra il pubblico, il francescano Fra’ Luigi Sapia di Mussomeli, trasferito a Catania dopo la chiusura del convento di Mussomeli; lo scultore di Mussomeli, Calogero Barba, accompagnato dal collega nisseno, Lillo Giuliana; il produttore cinematografico Sergio Di Stefano, gli scrittore Massimo Maugeri e Salvo Zappulla, il direttore di SicilyMag, Gianni Caracoglia.

De Il canto dell’upupa hanno scritto.

“Il pregio maggiore di questo scrittore è la capacità di dare alle sue storie una costruzione così articolata, così certosina   da sembrare, il suo, un lavoro di ricamo, dove nulla è lasciato al caso. Non una svista, non una incongruenza. Mistretta è scrittore impegnato, non scrive per diletto o per il piacere di evadere dalla realtà; ne “Il canto dell’upupa” la realtà, in tutte le sue misere sfaccettature, è sempre presente, diventa materia letteraria, plasma sanguigno da offrire ai lettori. Il romanzo tratta argomenti scabrosi che spesso si preferirebbe far finta di ignorare   e voltare il capo colpevolmente dall’altra parte, tratta la pedofilia e l’incesto, ce li pone davanti, ci costringe a respirarne l’odore rancido di uomini andati a male. E lo fa con rabbia e indignazione.  È sofferenza autentica la sua, un urlo che si leva dal cuore, un cancro che vorrebbe estirpare.  Mistretta è scrittore, non un magistrato o un chirurgo, usa la penna al posto del bisturi e incide, scava nei recessi più reconditi delle umane aberrazioni fino a tirarne fuori tutto il marcio. (Salvo Zappulla, La Sicilia).

“Quando girerete l’ultima pagina, sarà difficile liberarvi dal canto nefasto dell’upupa. Resterà dentro di voi, per sempre. Un libro da leggere, per riflettere e non voltare lo sguardo da un’altra parte. Ma per sconfiggere il freddo dell’inverso ci pensa la Primavera” (Nino Genovese, Cultureggiando).

“Sulle tracce del pestaggio che ha ridotto in fin di vita un pappone, seguito dall’efferato omicidio di un mite elettricista con la passione per la tecnologia, Saverio Bonanno si affaccia sul lato più oscuro dell’animo umano simboleggiato dall’upupa e io, come nipote di Sherlock Holmes, mi sono ritrovata avviluppata nella trama, con gli occhi incollati alle pagine, desiderosa di arrivare alla soluzione e, allo stesso tempo, di continuare la lettura e non scoprirla mai.” (Giusi Patti, I viaggi di Cicerone).

“Roberto Mistretta è molto bravo nel trasmettere il disgusto e la sensazione di marcio che attanaglia il maresciallo Bonanno alle prese con il mondo sordido della pedofilia; pagina dopo pagina si sente l’angoscia e il senso di impotenza che prova il protagonista davanti ad una piovra, ad un’organizzazione che sembra irraggiungibile e intoccabile, coperta da sistemi informatici sofisticati e difficilmente violabili.” (Massimo Ghigi, Gialloecucina).

Saverio Bonanno si affaccia sull’abisso più tetro dell’animo umano simboleggiato dall’upupa, l’uccello erroneamente descritto da Ugo Foscolo ne I sepolcri come lugubre animale notturno, e scelto come sigla sulla Rete di una inquietante organizzazione di pedofili” (Giovanna Caggegi, Vivere)