CALTANISSETTA – RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO. L’idea di scrivere queste poche righe, nasce dal desiderio di rendervi partecipe della giusta conoscenza di quella che ritengo essere l’affascinante, ma allo stesso tempo dura, realtà delle persone senza dimora. Questa scelta deriva sia dalla crescita esponenziale che il fenomeno ha subito negli ultimi anni, anche a seguito della crisi economica, che dal mio interesse personale. Da circa tre anni, infatti, sono impegnato in vari servizi che si occupano di prossimità ai più poveri. Attraverso questa esperienza vorrei dimostrare come, nel sostenere una persona che si trova in emarginazione, vadano sì valorizzati i servizi a bassa soglia che soddisfano i suoi bisogni primari, ma è necessario anche rispondere ai bisogni umani situati nei livelli più “alti” della famosa “gerarchia di bisogni”. Infatti, solo dopo che sono stati appagati i bisogni fisiologici, la persona può raggiungere l’autorealizzazione (realizzare la propria identità) e trovare risposta anche ai bisogni di sicurezza, appartenenza e stima. Penso che solamente puntando sulla creazione di progetti personalizzati (non più erogatori di beni ma, promotori di autonomia) con chi si trova in difficoltà, potranno aumentare le possibilità che la persona, pur avendo attraversato un momento difficile, possa considerarlo non una condizione permanente, ma come un periodo limitato della sua vita, tornando ad immaginarsi un futuro diverso. A questo elemento, a volte, si aggiunge un sostegno sociale inadeguato, che porta persone che prima vivevano una vita apparentemente “normale”, a trovarsi sprovviste di qualsiasi riferimento. Le persone senza dimora spesso suscitano paura in chi li incontra. Le convinzioni più comuni che si hanno riguardano il lavoro (si ritiene che la persona senza dimora rifiuti il lavoro, preferendo l’assistenzialismo), e i rapporti interpersonali. Si pensa che il senza dimora abbia difficoltà nel relazionarsi con gli altri e non abbia nessun contatto con la sua famiglia o con altre persone amiche. Il tempo viene scandito dagli orari delle mense e dormitori, le opportunità di decidere e pianificare le proprie attività sono limitate alle sole ore tra i pasti, il mangiare e il lavarsi. Vi sono molti vuoti che intercorrono tra le attività che fanno parte della routine, spesso contrassegnati da sentimenti di noia, tristezza, sconforto, solitudine. Dalle vicende private che, molti di loro mi hanno reso partecipe, emerge in molti casi l’esigenza di colmare questi tempi morti, troppo difficili da sopportare. In conclusione, sarebbe opportuno andare ad indagare se può essere verificata l’ipotesi di partenza, ovvero: pur rimanendo fondamentali i servizi a bassa soglia come mensa e dormitori, è necessario sviluppare una progettualità condivisa con la persona e i servizi territoriali, che permette a chi vive una difficoltà di ri-mettersi in gioco e di poter essere re-inserito nella società.
Carlo Sorbetto

