Come eravamo. Nel fim del calcio italiano c’e’ una data che non si dimentica: il 9 luglio del 2006. Ora che compie venti anni quel trionfo – con l’ultimo rigore di Fabio Grosso e la coppa alzata al cielo da un altro Fabio, il capitano Cannavaro – e intanto si gioca il terzo Mondiale senza l’Italia, e’ tempo di ricordi e nostalgia. Mentre il resto del mondo festeggia con un pallone in mano, gli italiani vivono oggi la loro ‘peggior estate di sempre’, per dirla col Wall Street Journal.
Piu’ che per il caldo, per un ricordo che ti gela dentro: tanto piu’ e’ bello, quanto piu’ fa male. “Io quel rigore e quel giorno lo portero’ sempre dentro di me”, ripete ancora il terzino autore del gol vittoria sotto la curva dei francesi, all’OlympiaStadion di Berlino, confermando il suo DNA, un italiano come tutti gli altri. “Partimmo senza un tifoso a salutarci e la politica a chiederci di non andare per Calciopoli, tornamo con due milioni a festeggiarci dall’aereoporto di Pratica di Mare fino al Circo Massimo e tutto il Governoad aspettare sotto il sole per vedere la Coppa”, ricorda oggi uno dei protagonisti di quella spedizione, rigorosamente anonimo.
Da Grosso tecnico della Fiorentina a Cannavaro ct dell’Uzbekistan, la generazione di campioni ha intrapreso la strada del maestro Marcello Lippi, che oggi vive lontano dai frastuoni del declino azzurro, tra la sua Viareggio e il buen retiro di Ibiza: fanno gli allenatori, cercando di mettere a frutto la lezione dell’ultimo ct azzurro campione del mondo. Quella strada l’hanno percorsa anche De Rossi, Pirlo con alterne fortune, Camoranesi tra Messico e Cipro, Pippo Inzaghi, Gattuso divenuto sfortunatamente anche ct, o Simone Barone, l’uomo dei 60 metri corsi inutilmente ad aspettare il passaggio di Inzaghi (poi in gol) al 90′ di Italia-Repubblica Ceca, che ora – scherzi del destino – fa il secondo nello staff di Davide Nicola e’ rimasto Buffon, team manager fino alla notte nera di Zenica, in Bosnia Del Piero ha preferito la vita del commentatore televisivo, Toni quella dell’opionionista sociale, Perrotta di dirigente del sindacato calciatori, cosi’ come Zambrotta, diviso tra il settore giovanile Figc e la sua scuola calcio.
E poi c’e’ Materazzi, l’uomo del pari in finale con la Francia e della testata ricevuta da Zidane: qualche comparsata tv, gli esercizi commerciali a Perugia, i progetti con l’Inter. Pochi hanno intrapreso la strada di procuratori: Cristian Zaccardo e, senza arrivare a prendere il patentino, Francesco Totti, tra tutti i Campioni di Berlino il personaggio ancora in cerca di autore. Resta legato al gruppo il medico di quella Italia d’acciaio, Enrico Castellacci, che col fisio Aldo Esposito ha seguito Cannavaro a Samarcanda. Non ci sono più Gigi Riva, monumentale team manager di quella nazionale, morto 2 anni fa, e Pietro Lombardi, il mitico magazziniere 92enne che i giocatori chiamavano ‘spazzolino’ e che alla sua morte ha ricevuto in dono, nella bara, la medaglia d’oro da De Rossi.
Paradossalmente, quel gruppo cosi’ forte si e’ smarrito, oltre ad aver disperso il patrimonio calcistico nei successivi anni di crisi e involuzioni. “Il mio rammarico da capitano e che dopo la festa al Circo Massimo, tornammo in albergo, ci salutammo e non ci siamo piu’ visti..”, ha confessato qualche tempo fa Cannavaro. “Da capitano, avrei dovuto radunare tutti qualche volta in piu'”. L’ultima, a dire il vero, circa un anno fa, per una festa a sorpresa a un Lippi affaticato dal tempo. “Ma i campioni dell’82 sono molto più’ uniti di noi”, ha ammesso Toni. Forse già li’ c’era il segno di un’impresa straordinaria, e per questo unica. Senza eredita’.
Diversi campioni di quella notte a Berlino hanno aperto Academy calcistiche. Ma il talento non si trasmette per contatto visivo o per nome. “Oggi, più che in quella notte,mi rendo conto di cosa abbiamo fatto – ripete spesso Cannavaro – Allora, l’euforia e l’incoscienza ci hanno dato una scarica. Solo dopo abbiamo realizzato: avevamo reso felice un popolo intero, e da semplici calciatori eravamo diventati leggende”. Con tutti i rischi di un ventennio passato a guardare indietro come eravamo.

