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Italia. Uccise padre violento, assolta in appello per legittima difesa. La 20enne, ‘non so come mi sento’. L’avvocato: ‘fatta giustizia, non meritava la condanna’

Redazione

Italia. Uccise padre violento, assolta in appello per legittima difesa. La 20enne, ‘non so come mi sento’. L’avvocato: ‘fatta giustizia, non meritava la condanna’

Ven, 05/06/2026 - 19:37

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“Scappa, mamma” aveva gridato mentre tentava di opporsi alla furia del padre con un coltello fra le mani. Makka Sulaev, 20 anni, oggi si è commossa quando ha sentito i giudici cancellare con le parole “non punibile per legittima difesa” la sua condanna per omicidio a nove anni e quattro mesi. Poi, nella maxi aula 2 del Palazzo di giustizia di Torino, si è voltata e ha abbracciato il suo avvocato. La sentenza di assoluzione, pronunciata dalla Corte d’assise d’appello del capoluogo piemontese, interviene su ciò che accadde il primo marzo 2024 in un appartamento a Nizza Monferrato (Asti). L’ennesima lite in una famiglia di origine cecena che, vista da fuori, sembrava tutto fuorché problematica. gente bene inserita, genitori con un lavoro regolare, figli che frequentavano le scuole. Ma la realtà era differente.

E lo ha fatto capire, testimoniando al processo, Martina P., la ragazza cui la madre di Makka si era rivolta per aiutare i due bimbi più piccoli con i compiti. Quel giorno Martina era dai Sulaev. “Ad un certo punto ho sentito delle voci molto forti. Uno dei fratellini ha preso un tablet e si è messo a registrare dicendo ‘sai, papà picchia la mamma’ come se non fosse la prima volta”. Gli audio sono stati fatti ascoltare in aula dalla Corte. Voci di donne che urlano fino allo strazio, qualche parola in russo, il suono secco di uno schiaffo. Martina che “si mette in mezzo” e ad Akhyad Sulaev, l’uomo che le dice “voglio parlare”, risponde con coraggio “tu non stai parlando, non si picchiano le persone, puoi parlare ma con me davanti”. Poi altre urla, più forti di prima.

Per il legale di Makka, Massimiliano Sfalcioni, oggi “è stata fatta giustizia: questa ragazza non meritava la sentenza di primo grado”. I giudici di Asti non avevano accolto la tesi della legittima difesa. Si erano spinti ad affermare, anzi, che Makka aveva deciso da tempo di “risolvere il problema” del padre violento una volta per tutte. Il pg Massimo Baraldo, nel chiedere la conferma della condanna, si è detto “dispiaciuto” ma ha aggiunto che “il nostro ufficio di procura generale ci tiene a ribadire che deve essere rispettato il primato della legge e il divieto di autotutela”. “Anche in presenza di maltrattamenti in famiglia – ha voluto precisare – non ci si può fare giustizia da sé. E soprattutto, per quanto deplorevoli, inqualificabili e inaccettabili siano stati i comportamenti di Akhyad, non si può infliggere una condanna a morte”.

Di tenore opposto l’intervento dell’avvocato di Makka, Massimiliano Sfalcioni: “Nei casi di violenza domestica la norma sulla legittima difesa non può essere inquadrata così, con un retaggio che ci rimanda all’Ottocento. Questi non sono casi da trattare con gli strumenti che si utilizzano di solito. Non stiamo parlando di uomini adulti che litigano in strada, stiamo parlando di vittime di violenze domestiche, di soggetti deboli, vulnerabili. Si è detto che la situazione poteva essere affrontata in un altro modo, che esistono le forze dell’ordine e le case rifugio per chi denuncia, ma noi dobbiamo calarci nel contesto di ciò che stava succedendo in casa in quel preciso momento. Si è anche detto che se i carabinieri fossero arrivati cinque minuti prima Akhyad non sarebbe morto.

Però Martina i carabinieri li aveva chiamati. E lui aveva continuato ad aggredire, a colpire”. “Non so ancora dire come mi sento, mi sento bene ma non troppo, non lo so”. Emozionata, confusa, Makka si è rivolta a chi ha parlato con lei subito dopo la lettura della sentenza. Fra pochi giorni darà l’esame di maturità. Poi vuole iscriversi a medicina. La famiglia ha parole di ringraziamento per “le persone che ci hanno appoggiato”, che sono “l’avvocato, il Comune, lo psicologo, gli amici, tutti”. E Makka, lasciando Palazzo di giustizia, spiega che deve “andare a firmare dai carabinieri”. Ma poi le ricordano che i giudici, nel mandarla assolta, l’hanno sollevata anche da quest’obbligo.

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