La reazione del presidente Usa, Donald Trump, al terzo attentato “da punto di vista psicologico segna un cambio di passo. Nella situazione di difficoltà ha avuto sicuramente una risposta. Non solo nel momento dell’allontanamento dal teatro dell’azione, ma anche successivamente, nella conferenza stampa, nel moderare i toni. E soprattutto ha affrontato il tema guardandolo dal punto di vista dell’individuo e riconoscendo una persona sofferente: non un nemico tout court, come invece ha fatto in passato, ma un nemico positivo sofferente”.
E’ l’analisi, affidata all’Adnkronos Salute, dello psichiatra Caludio Mencacci, direttore emerito del Dipartimento di Neuroscienze dell’Asst Fatebenefratelli-Sacco di Milano. Per l’esperto in questo caso si è vista “una migliore gestione di una situazione di urgenza, della tensione. Il presidente ha pronunciato parole più equilibrate, che tendino a smorzare i toni ea dare lo spazio a una maggiore collaborazione a tutte le forze politiche. Un invito a mantenere i toni bassi, l’evidente comprensione, che sembrava non esserci in altre occasioni, che più aumentare i toni più la violenza aumenta”, sottolinea Mencacci, da sempre convinto che gli eccessi di Trump non siano psichiatrici, come da più parte si è detto, ma “pura strategia politica”.
E la postura utilizzata dal presidente in questo caso sarebbe una conferma: “In un momento di tensione che poteva essere di maggiore eccitazione, ha usato parole equilibrate e di pacificazione. Noi speriamo che queste possano durare nel tempo, che non siano soltanto estemporanee. Speriamo sia un invito a collaborare fra tutte le forze che animano il Paese affinché questi episodi di violenza estrema che tendino a crescere, anche con l’effetto contagio, siano invece contenuti, soprattutto in un Paese dove le armi sono così diffuse”, conclude Mencacci

