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Dieci anni fa la morte di Francesco Cossiga. Mattarella: “Uomo di passione, fede, cultura”

Redazione

Dieci anni fa la morte di Francesco Cossiga. Mattarella: “Uomo di passione, fede, cultura”

Lun, 17/08/2020 - 18:55

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Sono passati dieci anni dalla morte, il 17 agosto del 2010, di Francesco Cossiga.

Nato a Sassari il 26 luglio 1928, sarebbe stato deputato dal 1958 al 1983, poi senatore. E ancora sottosegretario, ministro dell’Interno durante i drammatici giorni del sequestro Moro, presidente del Consiglio, del Senato, fino a ricoprire il più alto incarico istituzionale, quello di Presidente della Repubblica, eletto al primo scrutinio con il record di 752 voti su 977, grazie alla regia dell’allora segretario della Dc, Ciriaco De Mita.

Divenuto celebre per le sue “picconate”, Cossiga è stato un Capo dello Stato senz’altro unico, per come ha trattato e affrontato i temi della vita politica e dei partiti, nella storia della Repubblica.

E a ricordarlo oggi è, anzitutto, il capo dello stato Sergio Mattarella.

GRANDE PASSIONE – “Francesco Cossiga – ricorda Mattarella – era animato da una grande passione civile, da una fede robusta rispettosa del principio di laicità dello Stato, da una vasta cultura che lui seppe sviluppare negli studi, nell’università”.

“Iniziò molto giovane la militanza politica – prosegue il Capo dello Stato – avendo maturato una sensibilità antifascista nell’ambiente familiare. Pur assumendo in giovane età responsabilità nel partito della Democrazia Cristiana – e divenendo presto consigliere comunale e deputato – intraprese la carriera accademica come docente di diritto costituzionale”.

LA SARDEGNA NEL CUORE – “Aveva a cuore i temi dell’autonomia regionale – ricorda ancora Mattarella – dell’ammodernamento della Pubblica amministrazione, dell’equilibrio tra gli organi e i poteri dello Stato, mentre la società accelerava la sua trasformazione. Da Parlamentare e da uomo di governo si dedicò con grande cura all’ordinamento e al funzionamento dei servizi di informazione e di sicurezza”.

GLI ANNI DEL TERRORISMO – “Nella lotta al terrorismo – aggiunge poi – è stato un tenace difensore dello Stato democratico. L’orizzonte della sua azione di contrasto alle bande armate, e all’estremismo ideologico che le ispirava, è sempre stato caratterizzato dalla difesa dei valori costituzionali. Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, la strage degli uomini della sua scorta, il fallimento dei tentativi di liberazione provocarono in lui una ferita non più rimarginata. Si dimise da Ministro dell’Interno assumendosi la piena responsabilità dell’operato delle Forze di Polizia e degli investigatori. Fu un momento di frattura nella storia del Paese, e in quella personale di Cossiga”.

E a ricordare questi drammatici momenti della carriera politica di Cossiga è anche la famiglia Anna Maria, dove in un’intervista rilasciata al Corriere svela particolari sul lato “privato” dell’ex presidente della Repubblica.

“Per un lungo periodo non ne ha parlato – spiega Anna Maria – Ma il suo dolore era visibilmente somatizzato: i capelli gli diventarono bianchi, la pelle macchiata dalla vitiligine. Si sentiva responsabile di quella morte. E sì, capitava che di notte si svegliasse dicendo: ‘L’ho ucciso io'”.

I terroristi “li aveva combattuti, da ministro degli Interni – aggiunge poi – Passata la stagione del sangue, dopo che lo Stato aveva vinto, voleva comprenderne le ragioni e avviare la pacificazione del Paese”.

NUOVE RESPONSABILITA’ – Dopo la stagione del terrorismo per Cossiga arrivano poi nuove responsabilità, “prima alla guida del Governo – come ricorda ancora Mattarella – poi alla Presidenza del Senato. Durante il suo mandato di Presidente della Repubblica, la caduta del Muro di Berlino e i cambiamenti nell’Europa dell’est aprirono una nuova stagione, mutando radicalmente gli equilibri seguiti agli esiti della Seconda guerra mondiale”. “Cossiga comprese senza ritardi che le trasformazioni avrebbero coinvolto il nostro Paese, ponendo sfide inedite alle istituzioni, alle forze democratiche, all’intera società civile. Già nel discorso di insediamento, pronunciato davanti alle Camere riunite, aveva associato la parola ‘speranza’ con un ‘invito alla comune costruzione del nuovo’. Il messaggio alle Camere sulle riforme costituzionali fu, nella sostanza, l’atto conclusivo del settennato, nei mesi in cui lui stesso ingaggiò un confronto, talvolta aspro, con esponenti del Parlamento e dei partiti”.

“La sua testimonianza umana e civile, gli ideali maturati fin dalla gioventù – conclude il presidente della Repubblica -, sono parte di quel patrimonio democratico comune che siamo chiamati a trasmettere alle generazioni più giovani”.

IL RAPPORTO CON BELINGUER – A tracciare un quadro, invece, del suo rapporto con il cugino Berlinguer, è sempre la figlia Anna Maria. “Non i rapporti che di solito si hanno tra parenti – spiega – ma babbo parlava sempre di Enrico con rispetto e stima, ricambiati dal cugino pur stando loro in campi politici diversi. Io ho conosciuto Bianca più tardi ed è stata molto affettuosa quando mio padre è mancato”.

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