L’estremo saluto a Stefano Gallo, il vescovo Mario Russotto: “Un gesto assurdo, cercava giustizia attraverso i suoi articoli”

0

CALTANISSETTA – “Nella nostra città si può morire soli. Oserei dire si può morire con rispettabile dignità, anche se è assurdo il gesto compiuto da Stefano. Profondo lo sgomento, almeno in quanti gli volevano bene”. Riecheggiano con solenne gravità e lentezza le parole del vescovo Mario Russotto nella sua omelia durante la celebrazione dei funerali di Stefano Gallo, giornalista nisseno di 66 anni, che ha deciso di porre fine alla sua vita, venerdì 10 maggio. La parola che consola del pastore di anime, per ricordare chi di parola ha vissuto, di parola (scritta) ha fatto un mestiere svolto con amore, con inimitabile passione e professionalità. L’ultimo saluto a Stefano Gallo è avvenuto nella cattedrale del capoluogo nisseno; presenti gli amici del compianto cronista e le autorità cittadine. Non hanno fatto mancare l’estremo congedo anche molti funzionari ed agenti delle forze dell’ordine che apprezzavano e conoscevano Stefano Gallo.  Accanto al Vescovo, il vicario generale Don Pino La Placa, padre Gaetano Canalella, padre Giuseppe Alessi e padre Alessandro Giambra.

Nei funerali spesso ci si siede in fondo alla navata, quasi rispettosi di un dolore cupo ed angosciante che rende l’atmosfera fredda e pesante. Il vescovo, appoggiato al vincastro, con lo sguardo rivolto alla bara, gravato dal peso del legame affettivo frutto di una profonda conoscenza risalente nel tempo, ha esplorato quella solitudine, corrosiva e mordace, che ha scavato un tragico solco nell’anima di Stefano: “L’inattesa e prematura scomparsa del carissimo Stefano, ci ha colti tutti di sorpresa. Profondo lo sgomento, almeno in quanti gli volevano bene. Triste è la vicenda che avvolge la sua esistenza e dalle notizie apprese, ancora più grande è il dramma che vi abbiamo colto. Nella nostra città si può morire soli. Si può morire poveri. Oserei dire si può morire con rispettabile dignità, anche se è assurdo il gesto compiuto da Stefano. Nessuno pensava a quello che lui viveva dentro, perché a nessuno senza eccezione alcuna, permetteva di varcare la soglia della sua vita privata. Lui era amico e confidente di tanti, pochi avevano accesso alla sua amicizia. Non perché Stefano non fosse uomo capace di relazioni ma perché non esponeva sé stesso, non esponeva la sua intimità a nessuno e deviava anche da domande dirette. Stefano era un credente, a Pasqua ha fatto anche la comunione. Aveva una sua fede profonda e forse era proprio in forza di questa fede che riusciva, sornione e ironico, anche a sorridere dinanzi alle difficoltà”.

L’uomo, il fedele, il cronista, l’innamorato della sua città. Il vescovo ha ripercorso snodi, tratti, caratteristiche, pregi di Stefano: “Stefano era un altruista per eccellenza, non per nulla è stato tra i soci fondatori dell’associazione San Filippo Apostolo per accogliere gli albanesi che sono venuti nella nostra città. Era altruista e per questo amava la nostra città come pochissimi perché ne conosceva ogni angolo, ogni via, ogni vicenda. Negli anni era passato dal seguire la cronaca sportiva, dal basket alla pallavolo, dal calcio all’automobilismo, alla cronaca. Viveva dentro le vicissitudini di questa città; sempre informato perché cercava notizie, le prime notizie, non solo informazioni ma vissuti, ed alla questura ed alla polizia municipale. Stefano conosceva tutto e tutti di questa città. Ma c’erano due momenti della vita religiosa della nostra città che lo coinvolgevano, lo attiravano, lo facevano sentire, pur nel frastuono, un protagonista solitario: la festa di San Michele e la Settimana Santa. A San Michele era molto legato; non solo perché era il suo secondo nome ma, perché era il patrono della città, quasi una sorta di divino giustiziere. Stefano cercava giustizia attraverso i suoi articoli e spessissimo provocava, era pungente, e amava sorridendo aspettare le reazioni delle parti in causa. La Settimana Santa erano i ‘suoi’ giorni di vita, di respiro, al di là della sua ironia, della sua arguzia e della sua acutissima intelligenza, al di là delle sue provocazioni: con la Real Maestranza e la Settima Santa, Stefano respirava aria di fede. Vedeva la sua città viva, solitamente statica ed immobile, quasi inerte, mobilitarsi, coinvolgersi, appassionarsi. Ho visto Stefano l’ultima volta quattro giorni or sono a conclusione della festa di San Michele proprio al termine della processione. I nostri sguardi si sono incrociati, come accadeva spesso: un tacito abbraccio, un affetto espresso attraverso la carezza degli occhi. Stefano non voleva disturbare nessuno, non voleva recare fastidio a nessuno. Lui, così altruista e preoccupato degli altri, non permetteva agli altri di occuparsi di lui. Se ne va uno dei giornalisti più amati della nostra città e più innamorati di questa città. Se ne va un maestro, capace di inventarsi un pezzo anche sul quasi niente. Capace di scrivere un grande articolo sul popolo. Forse dovremmo riflettere in questa città, un po’ di più per amarla, per innamorarci, per uscire fuori dai nostri individualismi, per tornare ad appassionarci alla vita ed alla sua fatica. Il Signore si prende cura di lui certamente”.

La debolezza umana che talvolta prende il sopravvento, che alimenta la solitudine di chi possiede una sensibilità fuori dal comune: “Trovava la forza di lottare Stefano, fino a quando c’era la sua mamma: poi non ha avuto neanche questo sostegno. E in omaggio alla sua mamma continuava a comprare i dolcini la domenica, quasi a volerne ricordare la presenza. Oggi celebriamo la memoria liturgica dell’apparizione della Madonna a Fatima. A lei, alla Madre Celeste, affidiamo il nostro amico e fratello Stefano perché possa continuare a scrivere pagine sulla misericordia e il perdono. E noi che siamo ancora navigatori nel tempestoso mare dell’esistenza, noi cerchiamo di raccogliere l’eredità più bella che Stefano ci ha lasciato. Il suo sguardo, il suo sorriso, il suo amore per la città”.