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Caltanissetta, Ruvolo su facebook: “Molti sanno solo lamentarsi. Basta alla politica del potere e delle logiche spartitorie”

Redazione

Caltanissetta, Ruvolo su facebook: “Molti sanno solo lamentarsi. Basta alla politica del potere e delle logiche spartitorie”

Sab, 02/04/2016 - 21:14

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Giovanni ruvoloCALTANISSETTA – Non ha tardato la risposta del sindaco Giovanni Ruvolo che ieri, venerdì 1 aprile, ha ricevuto pesanti critiche dai consiglieri di maggioranza del PD, Francesco Dolce e Annalisa Petitto. Il primo cittadino, come da abitudine, ha affidato la sua riflessione ad un lungo post su facebook. Punto di partenza l’atavica tendenza al lamento, elemento preponderante nella mentalità del Sud e della Sicilia. Nessun riferimento diretto alla conferenza stampa di Dolce e Petitto, ma un’analisi più ampia, rivolta a chi usa la politica in maniera strumentale e tornacontistica. “Bisogna, dunque, che la politica si giochi su nuove visioni, rischiando anche l’impopolarita’, parli un nuovo linguaggio, abbandoni i tristi e stantii cliché finalizzati a creare orticelli di frammentazione del potere, e soprattutto si sappia isolare coloro che perseguono nelle logiche spartitorie, di confusione e di perenne conflittualità”, un sottile, ma chiaro riferimento a tutti quei consiglieri comunali che in cerca di maggiore visibilità, hanno cambiato casacca in questi primi due anni di Amministrazione ‘democraticamente partecipata’: un trasformismo “comunale” che sicuramente non ha giovato e non giova alla vita della città. Di seguito il contenuto integrale del post redatto da Giovanni Ruvolo.

Lamentarsi. Questa è una delle pratiche più diffuse al Sud ed in Sicilia, anche se esistono, per fortuna diverse eccezioni. Mi sono chiesto, da isolano, il perché di questa abitudine. Non mi è mai bastata la motivazione che un professore, anni fa, mi diede. Che la lamentazione è l’espressione di una consapevolezza di un destino già segnato, immutabile. Quindi, non potendo cambiare un destino,mi limito a criticarlo. No. Non mi ha mai convinto. Secondo me c’è di più. È una condizione interiore con la quale ho dovuto fare i conti anche io: una sorta di battaglia con se stessi. Lamentarsi, per me, significa non accettare uno stato, ma attribuendo sempre ad altri la responsabilità. Ed attribuendo sempre ad altri il dovere di intervenire e risolvere. Insomma, un alibi per non chiedersi se qualche responsabilità è in capo a se stessi. E poi, come avviene nel calcio, nel comodo di un divano o di un bar, ciascuno ha la sua magica soluzione affinchè, sempre gli altri, possano migliorare la condizione di una Città o di una Regione, se non di un intero Stato o Continente Più drammatica è la situazione quando a lamentarsi è proprio chi si trova ad avere ruoli apicali o istituzionali, attribuendo sempre ad altri le responsabilità. Sono consapevole della difficoltà del momento. In questi giorni, a mie spese, mi trovo in una città del nord e mi sto confrontando con alcuni sindaci sulle prospettive e mi rendo conto che anche qui c’è una crisi galoppante, anche qui i negozi chiudono, ma c’è la voglia di non arrendersi, di fare sistema.

Sto operando senza lamentarmi mai, ne delle Amministrazioni passate, ne di altri ruoli o contesti. So per certo che non posso mettere pannicelli caldi o interventi tampone su un sistema ormai superato. So che bisogna costruire una nuova idea di Città, di Regione e di Stato, che bisogna intraprendere strade nuove e che proprio questo momento di difficoltà ci apre nuove opportunità. Bisogna partire dalla condivisione delle responsabilità con i cittadini, in una logica di sistema. Bisogna ricostruire una nuova immagine della città e del territorio, e per questo bisogna investire molto sulla cultura, per esaltare bellezze storiche, paesaggistiche ed ambientali. Bisogna riappropriarsi delle nostre tradizioni. Solo una immagine positiva del territorio può dare fiducia ai nostri giovani e facilitare il marketing dei prodotti dell’agroalimentare, dell’artigianato e della nuova imprenditoria legata alla imponente innovazione tecnologica. Ma una sola città è inesistente nel mercato globale, ed è allora necessario che si costruisca un sistema territoriale, di area vasta, che solo sindaci sensibili ed illuminati possono realizzare. Bisogna, dunque, che la politica si giochi su nuove visioni, rischiando anche l’impopolarita’, parli un nuovo linguaggio, abbandoni i tristi e stantii cliché finalizzati a creare orticelli di frammentazione del potere, e soprattutto si sappia isolare coloro che perseguono nelle logiche spartitorie, di confusione e di perenne conflittualità. Questa è la mia strada, che è la strada di tanti nella mia città che hanno deciso di sacrificare il proprio tempo e la professione per dare un contributo alla propria terra, da isolani convinti. Chi si occupa di orto o giardinaggio sa che i frutti del proprio lavoro si raccolgono con il tempo, con la pazienza, la collaborazione e la perseveranza. Soprattutto quando il terreno da vangare è arido, duro e incolto. Ma soprattutto credendo in un’idea. Guardando ai nostri giovani con ammirazione e senso di responsabilità.

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